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Ai “Foresti” istriani il Premio Matteotti

La scrittrice Silvia Zetto Cassano lo ritirerà oggi alla Presidenza del consiglio dei ministri

Un grande catino di zinco, un fascio di giornali a fare da braciere, un rogo dove cancellare, per sempre, una parte della propria vita. C'è questo ma ce ne sono diversi altri, di momenti incisivi, nel libro “Foresti. Storie Istriane” di Silvia Zetto Cassano, e sono frammenti di vita vissuta sulla propria pelle che hanno fatto breccia nei giurati del Premio Giacomo Matteotti. Tre le sezioni di concorso e tante le opere che concorrevano alla tredicesima edizione di questo riconoscimento nazionale dedicato agli ideali di fratellanza tra popoli, libertà e giustizia sociale. Ma la storia dell'esodo raccontata da Zetto Cassano edito dalla triestina Comunicarte (pagg. 180, euro 19,00) ha vinto tra le opere letterarie e teatrali con un ex aequo - diecimila euro da dividere con il collettivo calabrese Lou Palanca – tanto che questa mattina l'autrice sarà a Roma alla Presidenza del Consiglio dei Ministri a ricevere il premio alla presenza, tra gli altri, della sottosegretaria Maria Elena Boschi.

“Foresti” è un libro che l'autrice definisce «un rammendo, un intreccio di fili, un groviglio di vite legate le une alle altre, di identità multiple che se ne stettero buone finché non vennero avvilite, sostituite da identità enfatizzate o negate. Questo è accaduto, nel passato, in Istria, al punto che molti un domani smisero di dirlo e di pensarlo». Silvia Zetto Cassano è nata a Capodistria nel dicembre del '45, e lì è vissuta fino ai dieci anni. «In una zona» – spiega a chi glielo chiede – «zona B, un posto in sospeso, non più Italia, non ancora Jugoslavia».

Il testo non si ferma, però, al racconto di quel particolare momento storico, ma va indietro nel tempo ripercorrendo la storia di cinque donne della sua famiglia. Se negli ultimi capitoli il lettore s'imbatte nelle vicende che legano la piccola Silvia, mamma Gemma e nonna Anna - le ultime tre componenti che vivono in prima persona il momento drammatico dell'abbandono della casa e il trasferimento a Trieste a Santa Croce – l'incipit guarda ad altre due donne di famiglia, iniziando nel 1915. «Gran parte delle loro vite ha avuto come sfondo paesaggi, villaggi e città dell’Istria del Novecento: Santa Domenica di Visinada, Caroiba, la Cicceria, Gherdosella, Capodistria», spiega l'autrice.

Che proprio da lì inizia il suo racconto, a Santa Domenica di Visinada, dove la trisnonna Caterina accetta di farsi immortalare da un costosissimo fotografo ambulante con indosso l'abito nero di stoffa lucida, «roba fina fatta arrivare da Gorizia». E se già l'ava Caterina veniva da Caroiba, mandata bambinetta «a far la serva da un possidente
di Santa Domenica», il fil rouge si concretizza nel concetto di foresto, affrontando il tema, di drammatica attualità, di coloro che «si spostano perché non hanno altra scelta – sottolinea l'autrice - come accadde un tempo e come sempre accadrà»

Federica Gregori



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