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Arici, una vita di immagini

Il reporter veneziano dona l’archivio di un milione di scatti alla Querini Stampalia

«Ogni foto racconta una storia» diceva il ritornello di una vecchia canzone e ogni storia può essere ricordata se c’è una fotografia. Raccontare per immagini, testimoniare la vita, la storia, la cronaca del nostro tempo, è il destino, la passione e a volta la “condanna” di ogni fotoreporter. La fotografia come racconto, come testimonianza, come sguardo sul mondo: è questa la lunga storia professionale di Graziano Arici. Veneziano doc ma ora parigino d’adozione, Arici ha lavorato per le più importanti agenzie italiane ed è stato il fotografo ufficiale del Teatro La Fenice, di Palazzo Grassi, di Punta della Dogana e dell’Ateneo Veneto. Con molti reportage e servizi fotografici realizzati in tutto il mondo Graziano Arici ha al suo attivo milioni di foto che ritraggono giorno per giorno la realtà del nostro tempo. Perché questo patrimonio documentario non vada perduto, ma soprattutto perché venga utilizzato e studiato, Arici ha deciso di donarlo alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Cultura, politica, storia, cronaca in un racconto per sole immagini.

Per ora un milione di foto, la gran parte su Venezia, che nel tempo saranno implementate e arricchite da nuove donazioni: «È il mio lavoro di circa 40 anni di vita – spiega Arici - arricchito da acquisizioni che ho fatto nel corso del tempo. Devo dire che ho sempre pensato che il mio archivio fosse una sorta di lungo racconto su Venezia che intendo mantenere aperto continuando ad arricchirlo».

La questione della valorizzazione della fotografia non solo come rappresentazione della realtà, ma anche come modo di comunicare, come codice artistico, è di fondamentale importanza per arginare la tendenza “iconoclasta” che sta mandando al macero nel nostro paese interi archivi fotografici: «Decine di milioni di foto – spiega Arici - stanno per essere buttate via. È stato eliminato tutto l'archivio di Paese Sera e anche quello de Il Tempo. Sembra che della fotografia non importi niente a nessuno. Per questo spero che la mia donazione sia un esempio per tanti fotografi e operatori della cultura perché si decidano a donare i loro archivi».

Nell’archivio Arici non solo fatti, ma anche protagonisti: da Gorbaciov a Cartier-Bresson, dal matematico Hawking al Presidente Mitterand, dall’economista Amartya Sen alla scrittrice Freya Stark, per non parlare di tutti i grandi attori passati per la mostra del cinema. Tra i filoni più interessanti senza dubbio quello dedicato ai ritratti di celebri scrittori: García Márquez, Borges, Brodskj, Luzi, Primo Levi, Rigoni Stern, Moravia, Calvino, Grossman, solo per fare qualche esempio. «Tra tutti gli scrittori – confessa Arici - quello che mi ha colpito di più è stato Fulvio Tomizza. Sono mie le ultime foto che lo ritraggono prima della sua improvvisa scomparsa. Lui abitava a Trieste ma aveva una casa anche in Istria. Ero andato a trovarlo per un reportage. Lo ricordo energico ed entusiasta della vita mentre scavava la terra e piantava ulivi. Mi sorprese il suo studio: una stanza con il pavimento completamente ricoperto di cicche di sigaretta e pieno di libri e carte ovunque».

Arici ricorda poi con particolare commozione il terremoto del Friuli: «Sono arrivato qualche giorno dopo la scossa principale - ricorda - quando stavano ancora tirando su i morti. C'erano cadaveri ovunque. Era caldissimo e un odore molto forte ti chiudeva la gola. Una cosa indescrivibile, una scena da apocalisse». La questione istriano-dalmata è uno dei temi che più ha appassionato Arici, che ha seguito in quei luoghi le comunità italiane e ha fotografato al porto di Trieste il magazzino dove gli esuli italiani avevano stipato le loro cose: «C’erano tonnellate di oggetti, dalle bollette del telefono ai sacchetti con la terra a ricordo della patria perduta, dalle foto dei nonni ai mobili di casa. C'erano anche le bandiere italiane partigiane con la stella rossa, perché dalle terre italiane dell’Istria e della Dalmazia sono scappati tutti, di destra e di sinistra».

Una sezione importante dell’archivio è dedicata alla guerra in Bosnia: «Ci sono stato per quattro volte – racconta - ma ogni volta ho cercato di fotografare la vita nonostante il conflitto. Ho fotografato in particolare l’attività di un cinema di Sarajevo che nonostante i bombardamenti non ha mai chiuso un giorno per tutta la durata della guerra. Venivano da tutti i quartieri rischiando la vita per vedere un film o assistere a un concerto. Non essendoci energia elettrica il proprietario si era dotato di un proiettore video a tre colori che aveva attaccato ad una vecchia R4 trasformata in generatore elettrico. Mi ricordo
una serata speciale per l’elezione di Miss Sarajevo: c’era il pienone nonostante fuori fossimo in pieno bombardamento. Quando chiedevo alla gente perché rischiava la vita per arrivare fino a lì, tutti rispondevano: “Per essere in grado di vivere ancora”».

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