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aperto il museo del signor fissan 

Mieli: «Brovedani simbolo della Trieste attiva e plurale»

«Un piccolo museo realizzato con grande cura e finezza, che riflette perfettamente lo spirito del personaggio, sempre semplice anche quando era diventato un ricchissimo imprenditore. Nello scantinato...

«Un piccolo museo realizzato con grande cura e finezza, che riflette perfettamente lo spirito del personaggio, sempre semplice anche quando era diventato un ricchissimo imprenditore. Nello scantinato aveva cominciato a lavorare la pasta Fissan, poi si era comprato l’intera casa, ma lui era rimasto lo stesso, in giro per il quartiere con la bicicletta e i pantaloni corti... Chi passa dal campo di concentramento impara a ridurre la sua vita all’essenziale».

Con un ospite d’eccezione come Paolo Mieli, saggista e storico, ieri è stata la giornata che Trieste ha dedicato a uno dei suoi figli più originali e geniali, Osiride Brovedani, il Signor Fissan, re italiano della pomata per la pelle che ha cresciuto generazioni. In mattinata l’apertura dello spazio espositivo in via Alberti 6 («un museo come quelli di Zurigo...», ha detto Mieli, apprezzando l’allestimento) e, nel pomeriggio, la conferenza al Savoia, dove il giornalista ha inquadrato la figura e lo spirito di Brovedani nelle vicende storiche che hanno squassato Trieste nel Novecento. Il “gioiello di Maria Teresa”, città dell’impero austroungarico quindi europea, internazionale per eccellenza, «che - ha detto Mieli - unica nell’Occidente, ha attraversato i due incubi del nazismo e del comunismo. Nessuna città è stata così selvaggiamente messa alla prova dai totalitarismi, riuscendo però a mantenere la sua natura plurale, come i triestini, che non sai mai veramente chi sono, perchè sono uno e centomila, incroci di nazionalità e religioni diverse, di cui Brovedani era un simbolo perfetto».

I giorni di Trieste, dunque. La città “italianissima” che per ritornare all’Italia impiega cinquant’anni, attraversando due conflitti mondiali e due redenzioni. Che subisce, il 1° maggio 1945, l’occupazione titina e vive il dramma delle foibe. Che, col Trattato di Parigi del febbraio 1947, passa sotto l’amministrazione del Governo militare alleato, mentre lo strappo di Istria e Dalmazia avvia all’esodo 250mila persone, «il dramma nascosto dell’Italia del dopoguerra».

«Brovedani - ha raccontato Mieli - incrocia la seconda guerra mondiale nell’estate del 1944, arrestato non come ebreo, perchè in effetti lo era solo di madre, ma a causa di un delatore che lo accusa di ascoltare Radio Londra. Viene portato in tre dei peggiori campi di concentramento, Buchenwald, Dora, Belsen. E quando ne esce non si perde d’animo, ma va in Germania a comprare macchinari per la sua piccola azienda. Mentre Trieste vive il suo dramma, Brovedani non si rifugia nel ruolo di vittima compassionevole del lager, non cerca ruoli politici, ma operosamente costruisce la sua fortuna e diventa ricchissimo. Morto senza eredi, lascia tutti i suoi averi per la realizzazione di un orfanotrofio, oggi una casa di riposo».

Il Signor Fissan, dunque, simbolo e metafora di Trieste. «Ogni triestino - ha aggiunto Mieli - nasconde un Brovedani, personaggio cosmopolita, che ha saputo trasformare in virtù questa natura composita. Nessuno gli ha regalato niente, proprio come a Trieste, sempre unica nella sua “alterità”, una roccia anche quando l’Italia va a rotoli. Le Generali ne sono un esempio».

Da oggi, con esclusione del sabato, il Museo Brovedani è aperto ai visitatori: mercoledì, venerdì e domenica dalle 10 alle 13 e giovedì dalle 15 alle 18.
Una debolezza dell’imprenditore? «Non aveva manie di grandezza - conclude Mieli - a parte qualche viaggio si concesse pochissimo. Lo infastidiva però essere scambiato per una donna. “Cara signora Osiride”, gli scrivevano. Lo prendevano per Wanda Osiris».

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