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Solo per amore Lyda Borrelli sparì dalle scene

Una mostra a Palazzo Cini di Venezia ricorda la primadonna del Novecento italiano

La bellezza di Lyda Borelli, attrice teatrale di grande talento e diva del cinema muto tra le più amate, era leggenda. Così bella, così famosa, così amata dal pubblico che nel 1915 la “Rivista dei teatri” apre addirittura un “referendum” su di lei tra gli artisti e gli scrittori dell’epoca. A rispondere pubblicamente con parole di grande stima e consenso saranno i nomi più importanti della cultura come il celebre attore Sam Benelli, lo scrittore Tommaso Salvini, il giornalista e sceneggiatore Valentino Soldani, solo per citarne alcuni. Il giudizio è unanime: naturale bellezza, talento e capacità di rappresentare un’icona di stile e di nuova femminilità fanno della Borelli una vera primadonna del ‘900.

Alla storia teatrale, cinematografica ed umana di Lyda Borelli l’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini ha voluto dedicare a Palazzo Cini a Venezia un’interessante mostra monografica curata da Maria Ida Biggi, che resterà aperta sino al 15 novembre. L’esposizione nel 2018 sbarcherà anche all’Alinari Image Museum di Trieste grazie alla Fondazione Fratelli Alinari, che ha collaborato alla redazione dei materiali fotografici e ha pubblicato la monografia dedicata all’artista. “Lyda Borelli primadonna del Novecento” ricostruisce attraverso film, quadri, vestiti di scena, fotografie d’epoca e carteggi, recuperati grazie alla nipote Domizia o messi a disposizione dai più importanti istituti italiani di storia della fotografia, la vita di Lyda sia come attrice che come musa ispiratrice dei più grandi fotografi e artisti del primo ‘900.

Senza il fascino tormentato e profondo della Duse, vero “animale da palcoscenico” che per vicende di vita e per indole riesce ad esprimere – schiva da artifici – nei personaggi che interpreta una profondità interiore sempre alla ricerca di nuovi orizzonti espressivi, la Borelli certamente possiede un’innata capacità di incarnare il “mito moderno” della donna emancipata, fonte di ammirazione e seduzione per le folle. Attrice di grande intelligenza e determinazione costruisce la propria carriera d’artista anche utilizzando tutti gli strumenti che il “marketing” teatrale dell’epoca poteva metterle a disposizione: interviste, foto d’autore, mise all’ultima moda, iniziative di tendenza. Insomma una donna che sa perfettamente gestire la sua arte, facendo delle sue indubbie capacità espressive, della sua naturale bellezza, della scelta attenta dei personaggi che interpreta, volano della sua professione d’attrice e materia per la sua consacrazione quale icona liberty, donna d’avanguardia e diva del ‘900. Non a caso nel pieno del suo successo lancerà la moda degli jupe-culotte, la prima forma di pantalone femminile, destando scandalo ed emulazione, ma anche stupirà e susciterà ammirazione per essere una delle prime donne a sperimentare l’ebbrezza del volo affiancata dai maggiori aviatori dell’epoca o ancora per essere tra le poche donne del suo tempo a comparire al volante di un’automobile.

Figlia d’arte la Borelli inizia giovanissima a calcare il palcoscenico e fa una carriera fulminante. Debutta nel 1901 accanto all’attrice Virginia Reiter, poi nel 1903 entra nella compagnia di Virgilio Talli, interpretando poco dopo il ruolo cardine di Favetta nella prima rappresentazione de La figlia di Iorio di D’Annunzio. A vent’anni, nel 1907, Lyda ha già costruito una carriera dalle basi solide ricoprendo ruoli da prima attrice. Il suo camerino è frequentato da giovani e vecchi letterati, giornalisti e critici teatrali in voga, come raccontano le cronache dell’epoca. Dal 1909 al 1912, periodo nel quale fa parte della nuova compagnia diretta da Ruggero Ruggeri, diventa la primadonna più acclamata e illustre del teatro italiano, confrontandosi con un repertorio smisurato, che va da La signora dalle camelie alla commedia comica, da Fedora a Messalina sino alla Salomè di Oscar Wilde, personaggio “estremo”, corrotto e innocente al tempo stesso, simbolo acclamato del nascente decadentismo. Bramata come attrice da molti autori di grido per la sua doti “tipicamente drammatiche” come scriverà il critico teatrale Stanis Manca, raggiunge il successo internazionale con lunghe tournèe in Messico e Brasile e poi con il debutto sul grande schermo. L’attrice, che nel frattempo è diventata anche capocomica e socia di una compagnia, tra il 1914 e il 1918 interpreterà ben18 film: titoli come “Ma l’amor mio non muore!”, “La falena”, “Malombra”, “Rapsodia satanica” la consacreranno diva del muto.

«A differenza della Bertini (altra famosa attrice dell’epoca) che tutti definiscono più realistica, – spiega Ida Maria Biggi - la Borelli nel cinema mantiene un alone astratto, più simbolista, interpretando personaggi raffinati e raccontando storie più legata ad una tragicità narrata che fa parte del suo stile inconfondibile». La rassegna cinematografica “Lyda Borelli diva del muto”, al Teatro La Fenice, accompagnerà la mostra.

La Borelli continuerà a recitare ininterrottamente anche durante gli anni duri del primo conflitto mondiale. Nel 1918 sposerà il conte Vittorio Cini, abbandonando l'arte per dedicarsi alla famiglia e ai figli. Ne seguirà una sorta di “damnatio memoriae” voluta dal marito quasi a far calare il sipario – come le convenzioni dell’epoca volevano – su una carriera artistica tanto folgorante quanto scomoda per il ruolo di moglie e madre. Il lungo lavoro messo a punto dalla Fondazione Giorgio Cini, che porta il nome di uno dei figli dell’attrice, ha restituito intatta e fresca l’immagine di questa diva del teatro e del cinema che nel 1915 lo scrittore Mario Carli aveva così ben tratteggiato:
“Ella ci ha rivelato una poesia che ignoravamo – la poesia delle vesti, – ella ci è apparsa come il prodotto tragico e vittorioso di un secolare lavorio di selezione e di raffinamento, ella è insomma la nostra modernità, la donna del nostro tempo”.

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