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Un triangolo di sangue

È il 1° aprile 1880 quando una moglie accecata dalla gelosia esce di casa per uccidersi ma alla fine ammazza la rivale

Ha un coltello da caccia. Vaga disperata per le vie cittadine. Vuole uccidersi. Ma il destino le fa incontrare proprio il marito fedigrafo e l’odiata rivale. Maria Dal Col, il lato “debole” del più classico dei triangoli, sa che il suo rapporto di coppia con Ruggero è incrinato: persino nell’austera Trieste di fine Ottocento le voci e i pettegolezzi corrono veloci di bocca in bocca e i tradimenti del marito sono ormai noti a tutti. Ma la «gracile» Maria, quando si trova di fronte lo sposo infedele e la sua amante, non capisce più nulla. Si trasforma in una furia. È il 1° aprile 1880 quando si consuma la tragedia: diciannove coltellate e due vittime.

Sino a poco tempo prima Maria e Ruggero Dal Col erano considerati una coppia come tante altre: sposati da sei anni, lui era impiegato al Lloyd, mentre lei cercava di superare il dolore per la perdita di due figli facendo crescere con amore i due bambini rimasti in vita. A un certo punto, però, qualcuno iniziò ad avere dubbi sulla fedeltà di Ruggero Dal Col: si diceva in città che trascurasse la casa e la famiglia. E lo si vedeva sempre più frequentemente dalle parti di via Pettinello, oggi via Torricelli, alle spalle del Giardino Pubblico, dove abitava una giovane vedova di nome Anna Pellizzari.

Come racconta Liliana Bamboschek nel suo “Col coltelo in seno - Delitti eccellenti a Trieste” (Edizioni Il Murice), i sospetti del tradimento si fecero sempre più forti e qualcuno decise che Maria Dal Col doveva essere informata della tresca visto che, a quanto si diceva, Ruggero ormai aveva addirittura le chiavi dell’appartamento della Pellizzari. La moglie avanzò una prima richiesta di spiegazioni senza sortire alcun effetto. Anzi, quando chiese al marito di interrompere quella relazione, si sentì rispondere: «Non mi si tocchi la mia Annetta, altrimenti mi ucciderò». Ruggero continuò la sua relazione clandestina come se nulla fosse: dormiva spesso fuori casa, raramente tornava dalla famiglia che trascurava anche dal punto di vista economico, costringendo moglie e figli a severe ristrettezze.

Quel fatidico 1° aprile 1880 Maria Dal Col trascorse l’intera giornata cercando il marito in tutta la città. Esasperata, alla sera, decise di farla finita e uscì da casa con un coltello da caccia con la ferma intenzione di uccidersi: nel suo vagabondare per le vie di Trieste, il caso volle che si trovasse proprio in via Pettinello nel momento in cui la rivale in amore stava rientrando a casa dopo aver salutato Ruggero. In pochi secondi la tragedia raggiunse il suo epilogo: accecata dalla gelosia, la moglie tradita sferrò 19 coltellate all’amante di suo marito che, richiamato dalle grida di aiuto della donna, tornò sui suoi passi e cercò invano di difenderla colpendo con un bastone la moglie. Fu tutto inutile: Anna Pellizzari giaceva ormai esanime a terra in un lago di sangue. Ma la scia di sangue di quel triangolo amoroso non si arrestò: quattro giorni dopo il fattaccio, Ruggero Dal Col si tolse la vita con un colpo di pistola sulla tomba dell’amata.

Il processo che vide Maria imputata per l’omicidio di Anna Pellizzarri fu uno degli eventi più seguiti dall’intera città: come riporta il cronista del Giornale dei dibattimenti del 10 giugno 1880, il giorno del dibattimento il tribunale di piazza Lipsia, oggi piazza Hortis, venne letteralmente preso d’assalto fin dalle prime ore della mattina. Una moltitudine di persone, munite di regolare biglietto, erano pronte ad assistere al processo contro quella donna accusata di omicidio, ma verso la quale era nata una certa compassione e simpatia. Per la gente era lei la vittima; lei quella che aveva dovuto subire in silenzio i tradimenti sfacciati del marito; lei quella che aveva dovuto accudire i figli mentre il marito non riusciva a frenare la sua “passione irresistibile”; sempre lei quella che, di fronte alla morte di uno dei propri bambini, si era trovata sola e si era vista negare dal marito persino i soldi necessari per le esequie.

«Gracile» e «macilenta», Maria Dal Col cercò di rispondere alle domande del giudice ma, sopraffatta dall’emozione, svenne dinanzi a una folla che, in cuor suo, l’aveva già perdonata. Quando quella stessa sera, dopo un’ora di camera di consiglio, la giuria fece ritorno in
aula per emettere la sentenza, la folla si ammutolì. L’assoluzione di Maria Dal Col venne accolta con un fragoroso applauso. In questa storia di amore, passione e morte, la donna che uccise in strada con 19 coltellate l’amante del marito era la vittima.

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