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Calenda, foto di scena a Trieste

Firmate da Tommaso Le Pera immagini di 57 regie, molte dei due decenni allo Stabile

Un libro di fotografie racchiude i vent’anni che hanno visto Antonio Calenda alla direzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Il grosso volume, di più di 300 pagine, contiene anche molti altri spettacoli del regista. Ma per lo spettatore che negli scorsi due decenni ha frequentato le sale del Rossetti, questo libro di Tommaso Le Pera è un viaggio all’indietro, guidato dagli occhi della memoria, sulle mappe di un’esperienza di scena.

Non è necessario contarli ad uno ad uno: saranno mezzo migliaio gli scatti che si ricorrono nelle pagine di “Il teatro di Antonio Calenda nelle fotografie di Tommaso Le Pera”, pubblicato da Manfredi Edizioni (40euro) in una collana dove già trovano posto il bel volume che Le Pera ha dedicato a Mariangela Melato e quello che per protagonista ha Gabriele Lavia. Tra i fotografi italiani di teatro, Le Pera è unico. Chi fa teatro, le sue foto le riconosce a prima vista. Chi il teatro lo vede, ritrova nelle sue immagini lo stesso impulso emotivo che aveva provato dinanzi al palcoscenico. È inevitabile. Sono i neuroni specchio, dice chi pensa di saperla lunga. Certo è che ogni scatto di Le Pera si accorda esattamente sull’emozione del momento. E la restituisce poi nel tempo. Si chiama empatia, risonanza.

La prova? Uno degli ultimi spettacoli realizzati a Trieste da Calenda è stato quello dedicato a Pier Paolo Pasolini. “Una giovinezza enormemente giovane”, stentato titolo per uno spettacolo ad alta intensità, dove Roberto Herlitzka dava una delle sue grandi prove d’attore. Metteva i brividi in palcoscenico quel suo Pasolini in piedi, eretto, ectoplasma, fantasma, davanti al cadavere di se stesso, buttato a terra: gli stessi abiti, la stessa corporatura, macellata però dalla violenza degli assassini. Li mette ancora, i brividi, a pagina 298, la fotografia di Le Pera. Dove Herlitzka, volto scarnificato, corpo asciugato, pare pronunci il requiem a se stesso, mentre la salma dello scrittore intrisa di sangue giace a terra in un fango che evoca Fiumicino.

Penetrante regia, penetrante fotografia. Ecco il segreto. Che segreto non è, ma piuttosto formula di un sodalizio che lega da oltre quarant’anni Le Pera e Calenda. Nel volume la sintonia di fotografo e regista si dispiega in 57 titoli, meno della metà delle 130 regie teatrali, liriche e cinematografiche che finora compongono l’opera omnia di Calenda. A colmare i vuoti dei primi anni – quando Le Pera preferiva fotografare il cinema – ci sono però le interviste che aprono la galleria degli scatti. Prime fra tutte quelle allo stesso Herlitzka e a Piera Degli Esposti, che di Calenda è stata l’attrice di riferimento.

«Sono stata scelta per la prima volta da Tonino tramite un suo amico che era un mio corteggiatore. Volevo fare l’attrice, certo, ma ero costantemente rifiutata. Allora questo giovane corteggiatore, pur di trovare una via per conquistare il mio interesse, ebbe l’idea di presentarmi a Calenda, che gestiva il teatro Centouno». Così Degli Esposti ritorna con la memoria ai tempi delle cantine teatrali, in una Roma distante anni luce dalla attuale, quando incrociare Pasolini, Moravia, la Maraini, che pranzavano sul Tevere, era normale e quotidiano per quei giovanotti che a poche centinaia di metri, a via Euclide Turba, avevano messo su il loro teatrino. Erano gli anni Sessanta, prima del cambiamento fatidico: quei ragazzi teatranti si chiamavano appunto Tonino, Gigi (Proietti), Ginni (Gazzolo), i loro compagni intellettuali rispondevano ai nomi di Augias e Manganelli. E a vederli lavorare su Brecht e Gombrowicz veniva pure De Chirico.

Il volume però si concentra sugli spettacoli dagli anni Settanta in poi, ed è soprattutto un viaggio tra le regie realizzate a Trieste nei due decenni (dal 1995 al 2014) in cui Calenda è stato al timone del Rossetti, e su quelle viste al Cristallo, come l’indimenticabile “Cinecittà”. Gli spettatori che hanno familiarizzato con i suoi spettacoli potranno ripercorrere in queste immagini la propria storia di appassionati della scena. Dall’intuitivo “Amleto” con Kim Rossi Stuart, a “Re Lear” dove accanto a Herlitzka, a rubare l’attenzione c’erano Alessandro Preziosi e Luca Lazzareschi. Dalla audace “Hedda Gabler” di Manuela Madracchia, fino a quel “Magazzino 18” che ha dato una scossa alla memoria della città, e per il quale Simone Cristicchi ha ottenuto la cittadinanza onoraria. Il fiuto, a Calenda, non è mai mancato e le fotografie lo dimostrano. Ma l’approvazione speciale viene da Claudio Magris – anche lui tra gli intervistati – che alle mani di Calenda ha affidato i suoi testi teatrali più importanti, “La mostra” e “Lei dunque capirà”.
«Ho sentito un grande conforto – scrive Magris – nel vedere oggettivata sulla scena una cosa che per me aveva un bruciante contenuto di vissuto, inquietante, imbarazzante, appassionato. Il teatro aiuta a non essere travolti dalla propria soggettività».

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