Quotidiani locali

La Torre Nera pecca di superbia

Gli otto romanzi di Stephen King condensati senza successo dal danese Arcel

Nel genere fantastico, nella fantascienza e nell’horror, è spesso un ragazzo, un adolescente, talvolta perfino un bambino, a fare da canale medianico tra due mondi, il reale e il soprannaturale. Gli esempi sono infiniti: da “Poltergeist” a “Shining”, da “E.T” fino al più recente “Stranger Things”. Non fa eccezione Jake Chambers, dodicenne orfano di padre perseguitato dagli incubi e dalle oscure visioni. Nei suoi sogni ricorrenti c’è una Torre Nera, quella del titolo, una costruzione leggendaria che rappresenta il punto di incontro tra il tempo e lo spazio, struttura portante tra mondi paralleli da cui dipende l’equilibrio dell’intero universo. La torre sorge nel Medio-Mondo, una terra in decadenza dove il pistolero Roland (Idris Elba), ultimo eroe di frontiera, si oppone all’oscura figura dell’uomo in nero, ossia uno stregone che di nome fa Walter O’Dim (Matthew Mc Conaughey), al servizio del Re Rosso, che semina il male al suo passaggio. Nel mondo reale (New York) nessuno sembra dar retta a Jake, sempre più ossessionato dagli incubi e dai personaggi che lo abitano, accuratamente riportati su disegni che riempiono le pareti della sua stanza. La madre sembra l’unica a volerlo ascoltare, ma la ragione e soprattutto il nuovo compagno, impongono di lasciare inascoltato il cuore e affidare il ragazzo alle cure di uno psicologo. I sogni (che poi tali non sono) si fanno sempre più vividi finché Jake non trova il modo di attraversare un portale che lo conduce al Medio-Mondo, cui era predestinato. Una volta avvenuto il passaggio, il ragazzo si troverà ad affiancare Roland nella sua missione di difesa della Torre.

Il magnus opus di Stephen King “La Torre Nera”, composta complessivamente da otto romanzi pubblicati tra il 1982 e il 2012, trova finalmente la sua trasposizione cinematografica dopo una lunga serie di progetti più volte rimandati. Forse, però, sarebbe valsa la pena attendere ancora pur di assicurarsi un esito meno infelice rispetto a quello raggiunto dal danese Nicolaj Arcel, conosciuto oltreoceano per la sua nomination agli Oscar come miglior film straniero per “Royal Affair”, oltre che per il successo ottenuto grazie all’adattamento del best-seller di Stieg Larsson “Uomini che odiano le donne”. Certo che il solo pensare di riuscire a condensare in un film da cento minuti, l’opera-monstre Kinghiana e il suo universo trasversale ai generi della fantascienza, del fantasy, del western e dell’horror è stato più che ambizione un puro atto di hybris. Resta comunque il fatto che qualcosa di meglio si sarebbe comunque potuto fare. Al di là dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, in un incontro di mondi in cui si piange soprattutto per l’assenza dei padri, dopo il promettente incipit che si consuma nei primi quindici minuti del film, una volta attraversati i due mondi, non sembra esserci più nulla. Uno script pieno zeppo di parole che gira sempre a vuoto, completamente fine a se stesso, smarrendo perfino il senso stesso del racconto. Avrebbe dovuto essere il regno dell’invenzione, avremmo dovuto essere catapultati in un universo “altro”, lontano, misterioso, avventuroso, un nuovo orizzonte dell’immagine e dell’immaginazione. E invece siamo rimasti intrappolati in un congegno mainstream che ha smarrito la più elementare via del cinema.

Il più convincente di tutti è il giovane Tom Taylor, ossia
il piccolo Jack, come si diceva all’inizio un ragazzino con poteri straordinari: ma se Jack ha forse il potere di salvare il mondo, Tom Taylor, purtroppo, non ha quello di riuscire a sorreggere, completamente da solo, il peso dell’intero film. Peccato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PROMOZIONI PER GLI AUTORI, NOVITA' ESTATE 2017

Stampare un libro, ecco come risparmiare