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Che belli quei canti del cigno

Tolstoj, Cechov, Kahlo, Renoir, Kantor, Glenn Gould: grandi opere alla fine della vita

Un'indagine sull'opera d'arte alla fine di una vita: nel saggio La bellezza che resta (Melville Edizioni, pp. 160, euro 17,00) Fabrizio Coscia si è chiesto quali particolari significati possa rivestire, per uno scrittore, un pittore, un musicista, il "canto del cigno" rappresentato dall'opera ultima, quasi il "testamento spirituale" di chi si accinge a lasciare questo mondo. «L'idea del libro - racconta l'autore - è nata dal progetto iniziale di scrivere un saggio sull'ultimo Tolstoj, ma più in particolare, e direi più semplicemente anche, dal desiderio di raccontare, condividendola con i lettori, la mia passione per un capolavoro poco conosciuto dello scrittore russo, il romanzo breve "Chadzi-Murat", dedicato a un eroe della resistenza caucasica, che l'autore scrisse negli ultimi anni, in una fase piuttosto travagliata e inquieta della sua vita, culminata con la celebre fuga in treno verso la morte, una fuga che nel mio libro viene ricostruita dettagliatamente».

Tuttavia, prendendo le mosse dal romanzo postumo di Tolstoj, il discorso di Coscia si è poi allargato, animato dal “demone dell’analogia”, a una riflessione più generale attorno ad alcune opere ultime di grandi artisti, nel tentativo di comprendere che cosa significhi per un artista realizzare un'opera in prossimità della morte, nella consapevolezza di questa prossimità, e che cosa queste opere possano rappresentare nell'esperienza esistenziale di noi che ne fruiamo.

Quali caratteristiche hanno in comune tra loro queste ultime prove? «In generale si può dire che ogni artista ha il suo tramonto. C'è chi, nell'opera estrema, raggiunge un'armonica risoluzione dei conflitti, un miracoloso equilibrio compositivo, una coraggiosa libertà speculativa, ma c’è anche chi conclude nell’inconciliabilità, nell’inquietudine esacerbata o anche nel facile manierismo». Nel suo saggio l'autore ha privilegiato alcune opere che rientrano soprattutto nella prima categoria, e in particolare opere della senilità che contengono un profondo valore sapienziale, qualcosa che ha a che fare con quella antica saggezza di cui parlava Freud, che consiste nel «familiarizzarsi con la necessità del morire».

Oltre a Tolstoj, che compone “Chadzi Murat” meditando la fuga dalla moglie e dalla sua condizione di proprietario terriero, ma in realtà preparandosi a morire, Coscia racconta anche di Leopardi che compone a Napoli, tra l’infuriare della peste, nell’ultimo giorno della sua vita la meravigliosa poesia “Il tramonto della luna”, capace di schiudere una prospettiva di trasfigurazione attraverso la morte; o di Frida Kahlo, che con il corpo martoriato dagli interventi chirurgici dipinge nel suo ultimo quadro uno squillante e colorato inno alla vita, ritraendo dei cocomeri rossi. E, ancora, di Renoir, che dipinge “Le bagnanti” fino alla fine, con le mani rattrappite dall'artrite reumatoide, tra atroci sofferenze; o di Freud che, costretto a emigrare a Londra per sfuggire alle persecuzioni razziali, con la mascella devastata dal cancro, scrive il suo saggio più ardito e più libero; o di Cechov, che, malato terminale di tisi, compone “Il giardino dei ciliegi”, come se fosse un vaudeville. E, così via, di tanti altri ancora, da Richard Strauss a Kavafis, da Tadeusz Kantor a Glenn Gould, da Bach a Simone Weil fino al Sofocle dell’“Edipo a Colono”.

«Sono tutti artisti - spiega Coscia - che compongono le loro ultime opere assediati dalla sofferenza fisica, dalla malattia, dal dolore, e che tuttavia sono capaci di donarci la bellezza, attraverso una profonda riflessione sulla vita e sulla morte. Questo ci dimostra che esiste nell’arte una una tensione conoscitiva superiore».

Questo tipo di riflessione si lega nel volume al ricordo autobiografico del padre dell'autore: «La dimensione autobiografica è il nucleo di questo libro, che intreccia al livello più profondo l'esperienza etico-estetica dell'arte con quella esistenziale. Mio padre non è stato un artista, né un genio, ma un Everyman. E tuttavia, come ogni padre, nel bene
o nel male, ha lasciato un’eredità d’affetti. In fondo il vero tema del mio libro è proprio questo: l’eredità, sia essa artistica o affettiva, ovvero ciò che lasciamo agli altri quando ce ne andiamo, e quello che riceviamo dagli altri quando restiamo».

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