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“Leggenda privata” quasi horror

L’autobiografia romanzata di Michele Mari, l’ultimo degli espressionisti

Ogni famiglia nasconde un piccolo o grande inferno. In ogni famiglia il labirintico groviglio dei rapporti affettivi, dei sentimenti, delle rivalse affonda in un oscuro abisso dove si agitano spettri che la vita quotidiana con le sue liturgie e i suoi ripari sa nascondere ai più. Ma c’è chi questi fantasmi decide di affrontarli, o è costretto ad affrontarli con coraggio e un pizzico di follia, armato solo di quello straordinario strumento di sopravvivenza e difesa dalla vita che è la letteratura. Michele Mari, l’ultimo dei grandi espressionisti, erede di una solida tradizione che va da Basile a Gadda, in un tempo in cui l’espressionismo letterario è così assediato e soffocato dalla banalità conformista dei linguaggi social, osa tuffarsi nel marasma lessicale con cui sin dall’esordio lo scrittore tiene a bada le sue ossessioni, e si butta a capofitto in una sorta di autobiografia horror in cui ripercorre - come in diverso modo già fece nel bellissimo “Tu, sanguinosa infanzia” - nei meandri della sua famiglia, rinvangando i rapporti con il padre e con la madre, con i nonni, i congiunti. Fino a ricostruire, con tanto di strepitose (per il loro simbolismo) fotografie tratte dagli album dei ricordi, il percorso che dall’«amplesso fatale» del concepimento lo porterà all’esistenza adulta, là dove si scontano errori e orrori di quella lunga catena di rapporti e sentimenti cui ognuno di noi è condannato.

A spingere Mari nel groviglio della sua vita per redigere una eroica “Leggenda privata” (Einaudi, pagg. 171, euro 18,50) è l’Accademia della Cantina: Mari è convocato a mezzanotte nella Sala del Camino, e di fronte a lui, nell’oscurità, ci sono Quello che Gorgoglia, Quello che Biascica, Quella dalle Orbite Vuote, La Vecchia. «Vogliono tutti sapere chi sono, come se avermi sempre osservato non contasse nulla: l’idea è che io finga anche quando sono da solo, che mi muova faccia gesti come uno che finge». E allora via all’autobiografia romanzata, per quel tanto che il romanzo può dare al reale, se mai un reale esista davvero. Mari si sottopone ai diktat degli Accademici, quegli esseri mostruosi e abissali dai quali ogni scrittore è soggiogato, e inizia il suo viaggio agli inferi.

A cominciare dai genitori, dal «nodo-madre». Lei è un’intellettuale della Milano bene, pittrice di belle speranze, amica di Buzzati e Bonatti con i quali scala montagne, e di Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. Si unisce in matrimonio con un proletario del Sud, povero e arrivista, che diventerà designer di fama. E dunque, racconta Mari, «nacqui d’inverno, concepito in un raptus. Mia madre, tutto fuorché volgarotta. Solo talento e intelligenza, ma talmente autodistruttiva da diventare l’ultracorpo di se stessa, una perfetta macchina di dolore». Lui, il padre, «proletario vendicatore», «non ha mai smesso di salire e lei mai di scendere: all’incrocio degli opposti vettori, l’incongruo amplesso, la gravidanza animalesca, la mia fuoriuscita dopo ventidue ore di travaglio stremante». Le premesse ci sono tutte perché il piccolo Mari cresca insicuro e fragile, fino al sedicesimo anno di età sofferente di «enuresi notturna» (la pipì a letto), pressato da un padre “machista” sempre pronto ad apostrofare il figlio come “culattina”: «Riconoscersi-progettarsi nel figlio è cosa buona e giusta, nell’ammissione dell’alea: del divenire; altra cosa è pretendere un figlio a propria somiglianza e imago». Il danno è fatto, da lì all’adolescente solitario e imbranato, specie verso l’altro sesso, il passo è breve, a dispetto di una somiglianza padre-figlio che negli anni si farà sempre più evidente e inevitabile. Ma intanto la famiglia, questo guscio stringente, fragile e antico, si incrina sempre più. Fino all’horror puro: la notte in cui svegliato da un vetro infranto il piccolo Mari trova una scarpa di sua madre colma di sangue, la traccia dell’ennesimo litigio che porterà i genitori alla separazione.

Surreale, tragicomico e grottesco, scoppiettante come un fuoco d’artificio, la “Leggenda privata” di Mari è sì romanzo di formazione dalle mille sfumature e suggestioni, ma è soprattutto un esempio di alta letteratura,
quella che muove le sue ragioni prime dalla “fortificazione”: essendosi Mari sempre considerato «uno che scrive quello che vive e che vive per poterlo scrivere, sicché ogni debolezza (tutta a carico della vita) si trasformava immediatamente in forza».

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