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«Dante ci fa veder le stelle» 

Il professor Franco Nembrini spiega in un saggio l’attualità della Commedia

Ci sono molti modi di avvicinarsi a Dante e alla sua opera: da studenti, da studiosi o, semplicemente, da lettori. Ma non è che quest'ultima modalità sia la più banale. Anzi, al contrario, con la Divina Commedia è possibile compiere l'esperienza di una lettura di tipo "esistenziale". È questo l'approccio scelto da Franco Nembrini nel suo saggio In cammino con Dante (Garzanti, pp. 280, euro 16), una nuova, coinvolgente lettura della Commedia. Scrive l'autore: «Il tema della Divina Commedia non è la descrizione dell'aldilà: è la descrizione dell'aldilà per descrivere l'aldiquà. Il tema della Commedia è la vita su questa terra.»

Franco Nembrini, bergamasco, è un professore di liceo, che con le sue lezioni di letteratura riempie i teatri e i centri culturali di tutt'Italia e non solo. Ha infatti girato il mondo, dalla Siberia al Brasile, trascinando giovani e adulti alla scoperta dell'opera che, a suo dire, riesce a far emergere le domande più profonde dell'uomo: la Divina Commedia. Con “In cammino con Dante”, che ripercorre una fortunata trasmissione da lui condotta su TV2000, Nembrini si inserisce in una gloriosa tradizione che, a partire da Vittorio Sermonti e Roberto Benigni, sottrae Dante al chiuso delle accademie per restituirne un'interpretazione popolare e attraente, permettendo così a noi lettori di riscoprire ancora una volta il fascino senza tempo di uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale.

Nembrini, da dove nasce il suo interesse per Dante?

«La scoperta di Dante avviene per me durante l’estate al termine della prima media. Quarto di dieci figli, c’era bisogno per la situazione in casa che io lavorassi; e avevo trovato un impiego in un negozio di gastronomia di Bergamo. Mi fermavo lì anche a dormire, lavoravo dal lunedì mattina al sabato sera e tornavo a casa solo la domenica. A volte cercavo di scrivere a mia mamma la mia fatica, ma le parole erano sempre inadeguate e strappavo tutto. Finché una sera, verso le dieci, mentre stavo per andare a letto, mi vennero a chiamare: c’era un furgone di casse di acqua e vino da scaricare nel magazzino del negozio al seminterrato, raggiungibile attraverso una scaletta molto ripida. Per cui mi trovo alle undici di sera, stanchissimo, lontano da casa, piangente a scaricare queste casse. Ma a un cero punto improvvisamente mi si affaccia alla memoria una terzina di Dante che avevo studiato a scuola (allora alle medie si studiava Dante a memoria…), dove Cacciaguida predice a Dante l’esilio: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Che era esattamente quello che stavo facendo io! Mi folgorò, letteralmente, questa intuizione: quei tre versi mi descrivevano più di quanto io stesso sapessi fare. Io che non trovavo mai le parole per raccontare quello che stavo vivendo, le trovo scritte lì in modo mirabile. Tutto il mio amore per Dante e per la letteratura e la mia vocazione di insegnante nascono da qui: la scoperta dell’interesse. Inter-esse, cioè essere dentro: l’opera letteraria ti parla perché parla di te. A tema sei tu, la tua vita. Era scattato un entusiasmo che non si è mai più spento».

Che cosa può dire, quali messaggi o valori può trasmettere Dante ai lettori di oggi?

«Infiniti. Però il primo e fondamentale è il valore del desiderio. Noi siamo fatti di desiderio, siamo un desiderio infinito, dunque desiderio di infinito. Niente ci accontenta, come spiega in una mirabile pagina del Convivio che leggo sempre. Oggi, quando tutto ci induce a ridurre il nostro desiderio, ad accontentarci, a pensare che l’ultimo iPhone o l’ultima meta turistica o l’ultima ragazza o ragazzo ci basti, a dimenticare il senso di insoddisfazione che ci prende non appena questi oggetti del desiderio sono stati consumati, a pensare che basti un nuovo gadget elettronico o un nuovo viaggio o un nuovo effimero rapporto, Dante ci richiama al fatto che siamo fatti per l’infinito. Siamo fatti per la totalità, per le stelle. Non per niente “stelle” è la parola con cui chiude ogni cantica, e la parola “desiderio” deriva, etimologicamente, da “stelle”: de-sidera, mancanza delle stelle. Subito dopo, il valore della compagnia. Non si può affrontare la continua battaglia che la vita è senza una compagnia. Senza un maestro: Virgilio, che conosce la strada, che guida, sorregge, accompagna. E senza un amore: Beatrice, che suscita l’idea che l’esperienza di infinito a cui il cuore aspira possa essere fatta nella vita, e che è disposto a venire fino all’inferno per tirartici fuori».

Quali consigli darebbe agli insegnanti affinché gli studenti non si sentano respinti da Dante?

«Molto semplice: leggere Dante per sé. Mi spiego. Qual è il vero ostacolo alla comprensione di Dante? Non la difficoltà della lingua, la differenza di mentalità, l’estraneità del suo mondo al nostro e via discorrendo, come solitamente si sente lamentare. No: il problema è che l’insegnante non sente Dante come compagno a sé. Che, in realtà, è il problema di tutti gli autori, ma se vogliamo di tutta la scuola: che l’insegnante non sente quel che insegna come un bene per sé. Quando un insegnante invece sente la Commedia (o qualunque altro testo, o argomento) come un compagno di strada, come un’occasione per approfondire il proprio gusto per la vita, la propria comprensione del mondo, allora questo inevitabilmente passa. Per cui l’unico suggerimento è semplicissimo: non leggete Dante ai vostri studenti, ma con i vostri studenti, per voi».

Quale le sembra, oggi in Italia, lo stato della fortuna di Dante, a scuola e fuori?

«Ahimè, generalmente terribile, perché il modo in cui Dante viene per lo più proposto (assolutamente estraneo, come ho accennato, a ogni reale interesse) fa sì che venga per lo più odiato; anche se non mancano, grazie a Dio, tante eccezioni, tanti insegnanti e di conseguenza studenti appassionati che mi è capitato tante volte di incontrare. La grandezza di Dante, peraltro, è testimoniata dalla rinascita di
interesse per la Commedia suscitato dalle letture di personaggi come Roberto Benigni o il compianto Vittorio Sermonti: dove c’è un lettore appassionato, che mette in gioco nel dialogo con Dante la propria umanità, le persone capiscono e si entusiasmano».

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