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Che brividi, c’è l’assassino in casa 

Yasmina Reza racconta in “Babilonia” la strana notte di una donna annoiata

Il mondo non è mai ordinato, parola di Yasmina Reza. Anzi, è un grandissimo guazzabuglio. Soprattutto quando si comincia a guardare dentro la testa delle persone. Quando si prova a immaginare che cosa pensano. E come si comporterebbero se la banalità delle giornate tutte uguali fosse messa in discussione, all’improvviso, da un avvenimento imprevisto. Da una storia difficile da immaginare.

Il mondo non è quel posto meraviglioso dove tutti si vogliono bene. Yasmina Reza lo sa bene. Tanto che i suoi lavori teatrali, i suoi romanzi, sembrano l’elettroshock perfetto per chi si lascia cullare dall’illusione di un retorico, stomachevole buonismo. Basterebbe andare a rileggere “Il dio del massacro”, che ha ispirato il regista Roman Polansky per il film “Carnage”, oppure “Felici i felici”. O immergersi nelle atmosfere del suo nuovo lavoro, “Babilonia”, tradotto da Maurizia Balmelli per Adelphi (pagg. 157, euro 17).

Il romanzo, che Yasmina Reza, parigina figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese, ha voluto dedicare al padre dei suoi due figli, il regista Didier Martiny, ruota attorno a un uomo qualunque. Un Jean-Lino Manoscrivi che la scrittrice descrive come un uomo «magro, non molto alto, viso butterato, una vasta fronte sguarnita e ricoperta, su un lato, dal famigerato riporto. Aveva occhiali dalla montatura massiccia che lo invecchiavano». E, se non bastasse, soffre pure di claustrofobia. Tanto da evitare l’ascensore di casa come fosse il demonio.

Un tipo, insomma, che non farebbe girare la testa a nessuna donna, quando passa per strada. Se non, forse, a una di quelle che gli assomigliano profondamente. Come la protagonista di “Babilonia”, arrivata a sessant’anni senza mai esplorare il lato oscuro della vita. Lavora all’Istituto Pasteur, cerca di tenersi in forma per non arrendersi al trascorrere del tempo, decide di invitare il suo vicino di casa a una cena insieme ad altri amici, una sera come tante. Ovviamente senza dimenticare sua moglie, Lydie, che prima gestiva un negozio di scarpe, ma da un po’ si è invaghita della filosofia new age. E tormenta tutti con le sue fissazioni sugli allevamenti di polli, che ormai non razzolano più a terra come dovrebbero. Ma vengono allevati in spazi angusti.

Yasmina Reza sa dosare alla perfezione i dialoghi. Costruisce la prima parte di “Babilonia” come fosse una commedia d’interni sorniona, lenta e nevrotica. Dominata dai piccoli momenti di tensione che si creano e si dissolvono tra le coppie invitate alla cena. Fino a quando il rito banale di ogni incontro borghese che si rispetti finisce: ognuno ritorna alla propria casa. Ed è lì, in quel preciso momento, che le frustrazioni tenute troppo a lungo al guinzaglio esplodono.

Capita, infatti, che Jean-Lino Manoscrivi bussi alla porta della donna pochi minuti dopo. Come in un incubo, lei e il marito si trovano davanti quell’ometto che confessa di aver ammazzato Lydie. Il movente è raggelante, eppure plausibile: la donna si era infuriata perché lui, a cena, l’aveva messa alla berlina davanti a tutti deridendo le sue fissazioni sugli allevamenti di polli. Per sfogare la rabbia, Lydie aveva sferrato un calcio al povero Eduardo, un gatto piuttosto scorbutico trovato in Italia e adottato dalla coppia.

Sarebbe normale chiamare la polizia, come lo stesso Jean-Lino propone. Invece, la protagonista decide di temporeggiare. Ascolta i deliri di Manoscrivi, che progetta di disfarsi del cadavere portandolo lontano da casa. Gli procura una valigia che possa contenere la povera Lydie. Si imbarca con lui nella notte, mentre il marito dorme sonni imperturbabili, in una fuga impossibile. Fino a quando un’altra inquilina dello stabile li vede, gettando l’improvvisata coppia nel panico.

Ambientato in un posto immaginario chiamato Deuil-l’Alouette (che letteralmente significa Lutto-l’Allodola), Yasmina Reza costruisce questa tragedia con chirurgica freddezza. Ma sa iniettare nel cuore di “Babilonia” momenti di feroce ironia. Come quando l’avvocato difensore della donna cerca di costruirle attorno, bombardandola di domande, un alibi che regga. O, almeno, una confessione totale sulla tresca che la legava
a Manoscrivi. Ma deve battere in ritirata quando capisce che il coinvolgimento della protagonista nell’omicidio è impossibile da spiegare. Da capire. Se non arrendendosi alla logica di una vita scandita dalla noia. Dalla follia della normalità.

alemezlo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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