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Addio Chuck Berry, fra i padri del rock’n’roll

È morto a novant’anni l’autore di “Johnny B. Goode” e “Roll over Beethoven”, inventore del genere con Elvis e pochi altri

Nel paradiso del rock’n’roll c’era un posto da tempo riservato a lui. Ora Chuck Berry, morto a novant’anni nella sua casa nel Missouri, non lontano dalla Saint Louis dov’era nato il 18 ottobre 1926, è andato a occupare quel posto. Primissima fila, solo per i padri fondatori.

Sì, perchè «mentre Elvis Presley era la prima popstar del rock, beniamino delle adolescenti, Chuck Berry - come ha scritto il New York Times - ne era il teorico e genio concettuale, l’autore che capiva cosa i ragazzi volevano ancor prima che loro stessi lo sapessero».

Ci lascia classici come “Johnny B. Goode” (del ’58), “Roll over Beethoven” (del ’56), “Rock and roll music”, “Back in the Usa”, “Sweet little sixteen” “Thirty days”, “You can’t catch me”, “School day” e tanto altro ancora.

È stato uno dei primi miti del rock’n’roll, l’autore e l’interprete dei primi inni generazionali degli adolescenti che negli anni Cinquanta infiammavano i jukebox. Quello che ispirò John Lennon (che disse: «Se si volesse dare un altro nome al rock’n’roll lo si potrebbe chiamare Chuck Berry») e dunque i Beatles, ma anche e forse soprattutto i Rolling Stones. Quinto posto fra i “100 migliori artisti di sempre” secondo la rivista Rolling Stone.

Che storia la sua. Famiglia del ceto medio, quarto di sei figli, da ragazzo Charles Edward Anderson “Chuck” Berry ama la musica (prima esibizione pubblica nel ’41 quando ancora frequenta la Sumner High School) ma è anche un birbantello. Nel ’44 finisce in riformatorio per una rapina. Quando esce mette su famiglia e suona la chitarra in vari gruppi, fra cui quello di Johnnie Johnson. «La curiosità - disse una volta - mi portò a suonare molta di quella roba country al nostro pubblico in prevalenza fatto di neri, e la gente iniziò a chiedere in giro “chi fosse quell'hillbilly nero che suonava al Cosmo”. Dopo che mi risero in faccia un paio di volte, iniziarono a chiedermi di suonare brani country perché erano ballabili».

Poi conosce Muddy Waters, che lo presenta alla Chess Records. Nel ’55 debutta con “Maybellene”, riadattamento di un suo precedente brano. La formula: storie di adolescenti in cerca di libertà e divertimento, versi diretti e brevi, in un mix musicale di rhythm’n’blues, country e folk, che sfocia in un sano e solido rock’n’roll. Roba nuova per quei tempi, che ha un successo straordinario.

I suoi capolavori sono concentrati fra il ’55 dell’esordio e il ’58, perchè nel ’59 viene condannato a tre anni di galera per aver introdotto illegalmente una minorenne negli Stati Uniti. Esce nel ’63 e torna subito nel giro proprio grazie alle cover di suoi brani che nel frattempo erano state incise da Beatles, Rolling Stones e Beach Boys (questi ultimi condannati molti anni dopo per plagio, essendosi “ispirati” per la loro “Surfin' Usa” alla sua “Sweet little sixteen”...).

Fra il ’64 e il ’65 Chuck Berry pubblica otto singoli, fra cui “No particular place to go”, “You never can tell”, “Nadine”. Fra il ’66 e il ’69 escono cinque suoi album per la Mercury Records, fra cui il suo primo disco dal vivo “Live at Fillmore Auditorium”.

Ma il successo è inferiore a quello dei tempi belli.

Nei decenni successivi, Chuck Berry continua a incidere e suonare in giro per il mondo. Rispettato da pubblico e colleghi come un pioniere del rock, ma senza mai ripetere i successi del passato.

Purtroppo ha anche continuato ad avere guai con la giustizia: grane con il fisco, possesso di stupefacenti, nel ’90 persino l’accusa di aver installato una videocamera nei bagni delle signore di un suo locale per spiarle ovviamente a loro insaputa.

Genio e sregolatezza,

insomma, come tante volte accade. Ha suonato quasi fino all’ultimo. Solo recentemente, provato dai tanti malanni dell’età, aveva appeso la sua leggendaria chitarra al chiodo. «Ci mancherai, Chuck. Be Good», ha scritto Obama su Twitter.

twitter@carlomuscatello

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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