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Due anime e una montagna

In “Quasi niente” lo scrittore e il musicista si confessano e raccontano il loro mondo

di FRANCESCA PESSOTTO

Mauro Corona e Luigi Maieron, figli della montagna entrambi, della Valcellina il primo e della Carnia il secondo, si incontrano nelle pagine di “Quasi niente”, in uscita oggi per Chiarelettere editore (pp. 192, euro 14,00).

«Un libro nato da un'amicizia e dalla voglia di condividere qualcosa di noi - dice Corona - davanti ad un registratore e qualche bottiglia di vino». Pensato sull'onda di “Tre uomini di parola”, una serie di incontri tra lo scrittore di Erto, il cantautore e poeta dell'alto Friuli Gigi Maieron e il giornalista Toni Capuozzo, e impostato come un dialogo tra amici che mettono a nudo pensieri, ricordi e riflessioni su amore, amicizia, letteratura, dolore, memoria personale.

«Ogni tanto bisogna calare le braghe - ammette Corona - e per questa specie di biografia non richiesta siamo stati leali, senza reticenze, senza false enfasi consolatorie. Non è un racconto nostalgico di un passato in cui si stava meglio e siamo lontani da rievocazioni di un tempo idilliaco».

Un po' di idillio, a ben vedere, invece c'è e anche un certo compiacimento del ricordo, della nostalgia del tempo che fu, delle storie narrate davanti al focolare, che intrattenevano liberando sapienze semplici ed essenziali, di cui oggi si sente la mancanza. Un carosello di personaggi leggendari come Anna, Silvio, Menin, Tituta, Tacus, Orlandin, Cecilia, Tin, il trio Pakai, che allora sembravano dei poveracci, ma che nascondono invece grandi insegnamenti, quelli di una vita dura, di un vivere di poco, della filosofia spiccia ma profondissima della montagna.

Quando Corona si rivolge a Maieron, in realtà parla con se stesso, di se stesso, dei suoi libri, della vita che c'è raccontata dentro, attraverso citazioni di autori che ha amato e con i quali stabilisce un confronto aperto.

Lo segue, lo supporta e spesso gli indica la via Luigi Maieron, che accenna un sottofondo di storie tramandate, di esempi di vita che si intervallano al protagonismo verbale assoluto di Corona come una melodia discreta, dolce e commovente nella sua succinta umiltà, nella sua grazia e nella sua gentilezza.

Una musica che sprigiona maluserie - la malinconia carnica - ma anche voglia di riscatto, di non darsi mai per vinti, in un inno all'amore e al coraggio che molto spesso è rappresentato da donne. Una donna che, secondo Corona, «va sempre rispettata, amata, perdonata, perché sepolta da un machismo dilagante e vittima di una violenza che scaturisce proprio dall'essere inerte dell'uomo di fronte alla sua potenza. Io stesso sono stato addestrato alla misoginia, ma ho cercato di comprendere e non essere violento, anche se le donne mi hanno massacrato. Amore è silenzio, accettazione, ma metterlo in pratica è difficile. La maggior capacità di elaborare il dolore è femminile. Il maschio è fragile, geloso, insicuro, possessivo. Non abbiamo il coraggio di dirlo, causa un antico retaggio che ha stabilito che l’uomo ha sempre ragione. Non è vero. Il maschio scatena la sua violenza proprio quando ha la consapevolezza di essere inferiore alla donna. Quando questa virilità viene in qualche modo smascherata o non ritenuta all’altezza di quello che i retaggi hanno tramandato, ecco che si sente inferiore e lì basta una risata anche bonaria di chiunque per scatenare una tragedia. Perché non ci hanno insegnato a perdere. Perdere, risuscitare e attraverso le sconfitte migliorarsi. Invece con le sconfitte ci abbrutiamo e ci incattiviamo».

Ma se ci spogliamo delle sovrastrutture, dei bisogni acquisiti e non autentici e riscopriamo l'essenzialità della vita e dei sentimenti, dove risiede l'autenticità? Per Corona la chiave del vivere bene risiede nel «superamento della falsità e dell'egoismo, possibili solo se si impara ad amare volendo il bene degli altri e non il proprio successo ad ogni costo. La vita è un’avventura fatta di incontri che ti possono trasformare. Il fallimento non esiste, io ho imparato a chiamarlo “l’accadimento esistenziale”.

Esiste la vita, e la vita non ha fallimenti. È solo attraverso fallimenti e sconfitte che s’impara a vivere, che si cresce davvero. Il tuo star bene, cercare una gioia, una contentezza, è direttamente proporzionale al disappunto che crei negli altri. Bisogna avere il coraggio di essere leali con se stessi e di conseguenza con gli altri. Oggi mi rimangono solo un paio di veri amici in vita, tra cui Gigi Maieron. L'amico ti segue come un'ombra, sta sempre dietro, ma quando hai bisogno passa avanti e ti prende per mano. Non avrei mai fatto un libro a quattro mani e due voci, se non con lui».

“Quasi

niente” propone un’etica del vivere bene, con semplicità, senza moralismi o autocompiacimenti, un’immersione totale nella cultura montanara che è essenzialmente etica del fare e non filosofeggiare, da recuperare come risorsa contro la vita stressata di oggi.

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