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«Il rispetto antidoto all’odio»

Un nuovo libro dello scrittore franco-marocchino: “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”

di FEDERICA MANZON

Viviamo in un'epoca di paura e la nostra sicurezza è minacciata, ripetono i giornali e i partiti politici. Siamo terrorizzati dall'imprevedibilità di un attentato, ci sentiamo inermi nei confronti di un nemico che non conosciamo e fatichiamo ad afferrare: il terrorismo islamico. Proprio questa urgenza di capire ha spinto Tahar Ben Jelloun, una delle voci più importanti del mondo intellettuale francese, a scrivere "Il terrorismo spiegato ai nostri figli" (La nave di Teseo, pagg. 178, euro 11).

Vent'anni dopo il successo mondiale di "Il razzismo spiegato a mia figlia", l'autore di origine marocchina ritorna a interrogarsi sul ruolo delle parole e dell'educazione davanti ai grandi traumi dell'epoca. «I bambini sono esposti a ogni tipo di immagini che li spaventano - spiega preoccupato -. Le immagini sono al contempo più pericolose e meno precise di un testo. Non parlano alla nostra ragione ma agiscono sulle emozioni».

I terroristi hanno ben compreso il potere delle immagini...

«Ne fanno un uso manipolatorio. Accanto alle scene violente si preoccupano di far circolare video che mostrano idilli di vita quotidiana: bambini che giocano e donne velate sorridenti. Lo scopo è mostrare ai giovani occidentali, che spesso vivono in condizioni difficili, che una vita migliore è possibile, dedicandola a Dio. Ma è solo una vetrina per vendere la morte».

La parola di un genitore può essere più forte delle immagini?

«Bisogna insegnare ai nostri figli ad essere critici, a non cadere preda di fascinazioni perverse o di equazioni false, come quella tra migranti e terroristi, che fomentano l'odio. Il radicalismo può essere sconfitto solo dall'educazione».

I valori dell'umanesimo possono competere con quelli dell'eroismo e del martirio?

«È una battaglia impari. Da un lato ci sono le grandi gesta eroiche, seducenti quanto quelle dei personaggi dei videogame, e dall'altro i valori del rispetto e dell'intelligenza. È una partita difficile, per questo va insegnata fin dall'infanzia».

Alcuni dei giovani occidentali arruolatesi nella jihad vengono però da ottime educazioni...

«Conosco una madre che un giorno ha ricevuto un sms dal figlio che credeva in settimana bianca con la scuola, un ragazzo sereno e solare, le ha scritto che era in Siria e aveva trovato la propria strada. Una settimana dopo un jihdaista l'ha chiamata per comunicarle che suo figlio era morto da martire. Come lo si spiega? Non c'è una spiegazione, ed è questo a spaventarci tanto. La disoccupazione, la droga, il disagio c'entrano in minima parte».

Com'è possibile che le ragazze occidentali entrino in gruppi jihadisti, che considerano la donna come inferiore?

«L'attrazione per un ideale pericoloso c'è sempre stata. Negli anni ’60 molti giovani sono partiti per fare la rivoluzione in America Latina. Ma credo che il problema oggi stia nel fatto che nei Paesi europei il denaro, la virtualità hanno preso il posto dei valori. Ci sono tante giovani donne che non si riconoscono nello stile di vita del loro Paese e pensano sia meglio rimettere Dio sopra di tutto. Si fanno spesso degli errori quando si è giovani, ma questo tipo di errori sono tragici».

C'è una differenza tra resistenza armata e terrorismo?

«Negli anni '40 gli ebrei hanno messo bombe negli alberghi per combattere gli inglesi che avevano occupato la Palestina, quarant'anni dopo i palestinesi hanno usato gli stessi metodi contro gli ebrei. Storicamente in entrambi i casi si tratta di atti terroristici, perché morivano innocenti e civili, anche se nel secondo caso non è possibile dirlo senza essere accusati di antisemitismo. Resistenza invece è quella italiana e europea contro il nazifascismo, perché non colpiva i civili, ma i soldati o i collaborazionisti».

Il terrorismo è una guerra di religione?

«No, si tratta di individui che attribuiscono all'Islam questa volontà di terrore. Storicamente il Profeta è stato perseguitato e i fedeli hanno dovuto combattere anche con le armi, ma oggi nessuno perseguita l'Islam. Sono i jihadisti che attaccano la religione pervertendola».

L'Islam moderato dovrebbe fare di più?

«Nell'Islam sunnita non ci sono gerarchie, dunque non c'è nessuno deputato a parlare a nome di tutti i musulmani. Anche se molti studiosi della comunità musulmana egiziana e marocchina dopo gli attentati di Parigi hanno preso la parola per condannare i massacri in modo autorevole e netto».

Qual è il ruolo dell'America e dell'Europa?

«Credo che gli americani si interessino solo ai propri interessi. Se l'Isis li danneggia lo combattono, ma se colpisce l'Europa o il mondo arabo lasciano fare, come è successo in Siria. La povera Europa da sola può fare poco, ci vuole una coalizione con l'America e la Russia».

Il suo libro è dedicato «alle risorse della luce

e della pace»...

«Alla conoscenza e alla libertà, che ora più che mai vanno difese. I terroristi le minacciano, perché vogliono tornare non tanto all'Islam ma all'epoca prima dell'Islam, un'epoca chiamata "jahilia", che significa letteralmente ignoranza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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