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Oleotto: «In scena si può ridere della morte»

La nuova produzione della Contrada "Il solito viaggio" giovedì debutterà ad Acquapendente, in provincia di Viterbo

Un gruppo di aspiranti suicidi in un interno, quello di un'agenzia, non di viaggi o di collocamento, bensì un posto che aiuta chi vuole togliersi la vita a scegliere lo scenario ideale, magari lasciando il segno: è l'idea surreale e dissacrante di "Il solito viaggio", la nuova produzione del Teatro Stabile di Trieste La Contrada, che giovedì debutterà ad Acquapendente, in provincia di Viterbo, e approderà in città dal 20 al 25 gennaio al Teatro Orazio Bobbio. "Il solito viaggio" è diretto dal goriziano Matteo Oleotto, che firma il testo con Filippo Gili.

Oleotto dal 2015 è il direttore artistico della Contrada e si è formato in teatro, ma tre anni fa ha svoltato vincendo la Settimana della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo film "Zoran, il mio nipote scemo". Alla Contrada l'anno scorso aveva già diretto "Le vipere" di Carlo Tolazzi con Gualtiero Giorgini, mentre stavolta ha messo insieme una coppia di attori celebri, Marina Massironi e Roberto Citran, affiancati da Luisa De Santis, Giancarlo Ratti e Aram Kiam, per una commedia ironica sull'insicurezza e la fragilità dei nostri giorni.

Oleotto risponde al telefono da Roma, dov'è impegnato con le prove: dopo Acquapendente, lo spettacolo sarà in tournée anche in Sicilia, a Genova, Bologna, Roma, Cervignano e Jesolo. E il regista è pronto anche a tornare al cinema e in tv.

Oleotto, da dove nasce l'idea di questa storia?

«Da un vecchio discorso politico su quanto siamo artefici della nostra vita. Credo che solo noi siamo i padroni di noi stessi, non la politica, né la Chiesa. Ho pensato che sarebbe divertente se ci fosse una società che si occupa di accompagnarci nel nostro "ultimo viaggio", non solo per cercare un posto ottimale dove suicidarsi ma anche per mettersi un po' in discussione. In questo spazio incontriamo un'umanità variegata: c'è chi ha già deciso, chi non ha le idee chiare».

Chi sono i personaggi di Massironi e Citran?

«Due aspiranti suicidi: Zelda arriva con molti timori e sembra diventare più forte durante lo spettacolo, mentre Citran, Anacleto, è un po' l'inverso. Il motivo per cui i personaggi decidono di togliersi la vita: è un testo con una drammaturgia poco italiana, su ispirazione di testi anglosassoni dove si parla molto, si reagisce molto, si sorride e poi c'è la tragedia. Un testo in azione, dove la psicologia non è al primo posto».

Lei è anche attore diplomato all'Accademia Nico Pepe e insegnante di recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Non ha pensato di rimettersi in scena?

«No, non mi interessa. Mi sento appagato nel dirigere piuttosto che mettermi sul palco. Non ho la forma mentale per essere attore, ma essere passato di lì mi ha fatto trovare una sorta di lingua comune da usare con loro».

A gennaio sono due anni da direttore artistico della Contrada: che bilancio fa?

«È un'opportunità enorme. Quando ho finito "Zoran, il mio nipote scemo" mi chiedevo quale potesse essere il mio impiego tra un film e l'altro. Il teatro è perfetto: mi piacciono molto gli attori e al cinema spesso si può fare poco lavoro con loro».

A che punto è il suo secondo film?

«La Rai sta leggendo la sceneggiatura, spero in una risposta a gennaio. Il titolo provvisorio è "Ines", lo girerò in Friuli, ho bisogno di una città e di un paesino di montagna. È la storia d'amore tra due persone non più giovanissime. Il produttore sarà Beppe Caschetto: con Igor Princic di Transmedia, che per produrre "Zoran" ha fatto davvero un'operazione quasi partigiana, abbiamo deciso insieme di prendere strade diverse per un periodo».

A quando una serie tv?

«Ne sto scrivendo una per la Rai tratta dal blog "Volevo fare la rockstar", e poi partirà la rivisitazione di una serie americana sulla storia di un pusher che consegna l'erba a New York. Girerò il pilot della versione italiana a Milano».

Lei è stato uno dei pochi debuttanti per il quale, dopo il primo film, è davvero cambiato tutto...

«"Zoran" mi ha aperto le porte di una

nuova vita. Ci penso sempre con affetto. Dopo ho fatto anche il regista della seconda unità della serie "Romanzo famigliare" diretta da Francesca Archibugi che andrà su RaiUno. Ma ho sempre voglia di tornare a girare in regione perché le mie storie partono da lì».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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