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Ecco come l’America fabbrica scrittori dal Texas a New York

Giulio D’Antona racconta in un libro gli incontri con grandi autori come Philp Roth e Renata Adler

di FEDERICA MANZON

L'America grandiosa e sgangherata dei sobborghi e delle rivolte, della musica, della droga, dell'immaginario di un'intera generazione. Quanti di noi sono cresciuti inseguendo l’America mitizzata dal cinema e dalla letteratura? Il grande albero di Natale al Rockfeller Center, Walt Disney, le estati da Stand by me. Gli italiani hanno spesso guardato a ovest per costruire le proprie personali mitologie e i libri non fanno eccezione: sono americani gli scrittori in cima alle classifiche di vendita e non c'è autore italiano che non sogni di emulare Jonathan Franzen o John Updike. Giulio D'Antona, generazione 1984, di questo immaginario si è alimentato e l'ha indagato in un libro "Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America" (minimumfax, pagg. 346, Euro 13,00) che è una fotografia precisissima di cosa accade oggi nel mondo dei libri oltreoceano. «New York non è più il fulcro di tutte le storie - spiega -. In realtà anche nel secolo scorso gli scrittori ci andavano non per scrivere ma per essere pubblicati, dovevano fisicamente raggiungere gli editori. Ma poi scrivevano di quello che li aveva portati fin lì: Capote parlava con la voce del Sud, Philip Roth non ha mai smesso di raccontare il New Jersey. New York è pregnante perché ti tira fuori qualcosa che hai già da qualche parte».

Lei com’è arrivato a New York?

«Per colpa del baseball. Il primo mio ricordo d'infanzia è il nonno che in un campetto di Milano mi insegna a impugnare mazza e guantone. Da quel momento non ho mai smesso di giocare e di inseguire l'America, i libri americani».

Qual è il romanzo che le ha fatto davvero capire New York?

«"La fortezza della solitudine" di Jonathan Lethem. Perché coglie il momento fatidico in cui i bianchi arrivano a Brooklyn e nasce il quartiere come lo conosciamo oggi. Pensavo che Lethem sarebbe diventato il nuovo Paul Auster invece poi ha preso un'altra strada. A me piace quel tipo di America, dura e creativa, come quella che racconta Hallberg in "Città in fiamme"».

Lo scrittore che meglio incarna New York?

«Philip Roth, anche se lui non sarebbe d'accordo. Lui è il prototipo dell'ebreo dell'Upper West Side: ha il baseball, il sogno americano, l'odio e amore per la città. Leggere i suoi libri è come guardare un film di Woody Allen, di quelli buoni».

L'ha mai incontrato?

«Una volta sono andato a trovarlo a casa sua. Ero molto in ansia, non sapevo cosa portargli. Ho chiesto un po' in giro a quelli che lo conoscevano e mi hanno detto tutti: caffé italiano. Così sono andato fino al Bronx a comprare del caffé costosissimo e mi sono presentato alla sua porta con questo sacchettino e un sorriso ebete. La prima cosa che Philip Roth mi ha detto è stata: "Non bevo caffé". E poi ho anche scoperto che avrei dovuto togliermi le scarpe - avevo un paio di galoscine orribili perché nevicava. Però abbiamo parlato per tre ore ed è stato stupendo».

Il miglior editor di New York?

«Jonathan Galassi, l'editor di Franzen, Jeffrey Eugenides, Marilynne Robinson e mille altri. È uno convinto che il rapporto tra un autore e il suo editor sia sempr. e un rapporto d'amore, se manca quello tutto va a rotoli. Galassi rappresenta l'editoria dei tempi andati, il tipo di persona che può tranquillamente affermare che sì, forse "Le correzioni" aveva qualche pagina di troppo, ma in fondo se un libro è buono deve saper reggere delle pagine di troppo».

L'editoria americana sta cambiando?

«Sì, è diventata più industriale, con il rischio di promuovere sempre lo stesso tipo di scrittore. Hubert Selby Jr., l'autore di "Requiem per un sogno", forse oggi non esisterebbe più: lui andava in giro e registrava la gente come parlava, portoricani, neri, irlandesi e trascriveva le loro parole così com'erano. Ne usciva una cosa potente e straniante che forse oggi verrebbe guardata con sospetto e magari nemmeno pubblicata».

E l'avanguardia allora?

«Il compito di intercettare i nuovi autori sta alle riviste, come la "Paris Review" o il "New Yorker" o "Harper's" per nominare solo le più diffuse. Tutto si basa sul fatto che ci sono generazioni di editor e scrittori che hanno la stessa età, si sono formati insieme, alcuni sono finiti a lavorare in case editrici altri nelle riviste, si conoscono, lavorano in sinergia. Anche in Italia è stato così, poi quella generazione è invecchiata e le riviste cartacee sono morte».

Il Grande Romanzo Americano?

«L'America è un paese ambiguo. New York è un filtro di tutte le migrazioni e ne trattiene piccole parti. Fondante del grande romanzo americano è l’idea di appartenere a una parte e all'altra nello stesso tempo: essere tutti nati a Brooklyn e dirsi irlandesi, italiani, russi».

L'incontro più strano con un autore americano?

«Oddio, questa è difficile. Sono tutti strani a modo loro. Direi Renata Adler. Lei è un mito e io ero terrorizzato. La prima volta che ci siamo incontrati si è lanciata in un dibattito pubblico con il figlio di un uomo che durante la guerra del Vietnam, lei aveva segnalato come responsabile di diverse stragi. Il figlio le ha fatto una domanda e lei era pronta a combattere, così, quando lui si è seduto senza replicare, lei un po' delusa gli ha chiesto: "Tutto qui? Non vuole litigare?"».

Il posto più strano dove l’ha trascinata uno scrittore?

«Un locale russo sulla promenade a Brighton Beach: abbiamo cenato a vodka, caviale e aringhe e siamo stati intrattenuti da uno degli spettacoli più kitsch e sfarzosi che io abbia mai visto. Ballerine di can-can e rettili vivi. Alla fine della serata, l'apice dell'intrattenimento è stato letteralmente far saltare i tavoli di plastica in una specie di spinta distruttiva collettiva».

Il posto più strano dove ha scritto in America?

«Ho cercato di scrivere all'Hungarian Pastry Shop, perché mi avevano detto che la gente va lì a scrivere. Mi sono seduto a uno dei tavolini circondato da Mac e taccuini e ho aspettato che qualcuno iniziasse. Stavano tutti lì con il computer acceso, la penna sollevata, ma nessuno scriveva. Iniziare avrebbe voluto dire aprire le danze e perdersi gli altri che scrivevano. Per cui ho fissato per un'oretta l'immobilità creativa dei miei compagni di locale e me ne sono andato senza aver scritto una riga».

Come si comprano i libri in America?

«Il lettore americano non distingue i diversi editori o le collane, ma riconosce solo singoli titoli. E poi fuori da New York, San Francisco e, per qualche ragione che non so spiegare, Houston (Texas), sembrano non esistere lettori. Usciti da questi grossi centri puoi fare anche quattrocento chilometri senza incontrare una libreria».

Quanto sono "social" gli scrittori americani?

«Tranne alcuni casi, Joyce Carol Oates o Margaret Atwood ad esempio, sono molto meno social degli italiani, non è così fondamentale. Negli Stati Uniti c'è un sistema editoriale costruito per permettere agli scrittori di fare gli scrittori e basta. Alla peggio insegnano in un corso di scrittura creativa, o scrivono per la televisione e il cinema».

New York sta perdendo il suo fascino,

qual è oggi il terreno più fertile per il romanzo americano?

«Il Sud, senza dubbio il Sud. Per dire una città direi New Orleans. Non ci sono mai stato, per questo mi piace pensare che sia lì il cuore pulsante da cui nascerà il nuovo Romanzo Americano».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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