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I testi delle leggi? Non li capisce neanche chi le vota

La mentalità da azzeccagarbugli è l’ostacolo a normative chiare, comprensibili ed efficaci

di MICHELE A. CORTELAZZO

Si riprende a parlare del modo di migliorare la qualità delle leggi. Giovedì 14 aprile al Senato è stata sottoscritta una convenzione fra il Senato stesso e l'Università di Pavia, per l'avvio di un master universitario sulla redazione dei testi normativi. Nello stesso giorno si è tenuto un convegno interdisciplinare sull'argomento della qualità delle leggi, dal titolo "Le parole giuste" (chissà quanto sarà costato ai giuristi adottare l'ordine delle parole corrente in italiano e non anteporre l'aggettivo, come fanno di preferenza e scrivere "Le giuste parole"!).

Saluto l'iniziativa con soddisfazione, un po' di invidia e un certo scetticismo. La soddisfazione c'è sempre quando il legislatore si pone almeno qualche domanda sulla qualità, prima di tutto linguistica, delle leggi che emana.

Negli scorsi anni si sono date molto da fare le Regioni, che hanno elaborato un manuale di suggerimenti per scrivere leggi chiare, comprensibili ed efficaci; si è data da fare la Camera che a sua volta, nel 2011, ha organizzato un seminario sul tema "La buona scrittura delle leggi", promosso dall'allora presidente del Comitato per la legislazione della Camera, Roberto Zaccaria, a conclusione del suo turno di presidenza. Non ho in mente iniziative analoghe del Senato. Ben vengano, dunque, il convegno e la convenzione di questi giorni.

L'invidia è verso l'Università di Pavia, che ha certamente messo a segno un bel colpo, prima di tutto mediatico, siglando un accordo con una delle più alte istituzioni dello Stato. Ma non posso nascondere lo scetticismo rispetto a questa iniziativa. Per tre motivi.

Il primo motivo risiede nel fatto che l'iniziativa è intrapresa dal Senato pochi giorni dopo la definitiva approvazione della riforma costituzionale che, se non verrà annullata dal referendum, ridimensionerà drasticamente il suo ruolo e, soprattutto, la sua funzione legislativa. Sembra una buona idea realizzatasi nel momento peggiore e, spero di sbagliarmi, più inutile.

Il secondo è il fatto che faccio fatica a vedere impegnata in una iniziativa come questa una sola università: in Italia abbiamo diverse competenze ed esperienze a proposito della scrittura delle leggi, da parte prima di tutto di giuristi e linguisti, ma poi sono utilissimi anche i contributi di filosofi, filologi, psicologi (e aggiungerei sociologi, ed anche quegli statistici e informatici capaci di applicare ai testi i loro metodi raffinati e le loro potenti tecniche); però, gli studiosi di queste discipline in grado di confrontarsi con i testi normativi sono distribuiti in diverse università: fa un po' effetto vedere che in questa iniziativa non è coinvolto nessun linguista e nessuno studioso di lingua italiana, al punto che, nel convegno, della prospettiva linguistica ha dovuto parlare un "esterno" di alta reputazione, cioè il Presidente onorario dell'Accademia della Crusca Francesco Sabatini.

Il terzo motivo di scetticismo nasce dal sostanziale fallimento di tutti i tentativi sviluppatisi, ormai a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, per rendere più comprensibili le leggi. Iniziative come quelle già realizzate dall'Università di Pavia (ad es. la riscrittura di un disegno di legge da parte di alcuni studenti) non fanno che ripetere attività svolte nel passato da altri Istituzioni: per es., alla fine degli anni Ottanta Giuliano Amato ha impegnato i corsisti del corso di tecnica legislativa dell'Isle (Istituto per la documentazione e gli studi legislativi) a scrivere una proposta di legge sulla violenza sessuale. Testo perfetto che è rimasto un monumento teorico alla possibilità di scrivere bene le leggi, ma che non ha prodotto reali miglioramenti nel modo in cui vengono redatte le nostre leggi.

Forse è sfuggito a molti il fatto che Pietro Ichino, giurista di solida fama e parlamentare da più di una legislatura, ha dichiarato pubblicamente in Senato, nel 2013, a proposito di una legge che si stava discutendo in aula, che il testo in discussione risultava incomprensibile, per come era stato scritto, agli stessi legislatori che lo stavano discutendo.

Allora, si possono fare tutti i convegni e i seminari che si vogliono, si possono redigere i migliori manuali di tecnica legislativa del mondo, ma se poi non cambiano i metodi di formazione delle leggi, e non cambia, soprattutto, la mentalità, la sensibilità e la cultura di chi è chiamato a redigere e approvare le leggi, non si uscirà mai dalla cultura linguistica dell'azzeccagarbugli che pare essere patrimonio dei nostri legislatori, senza distinzione di genere, età, provenienza politica.

Lo scetticismo più profondo, dunque, nasce dal fatto che la convenzione tra il Senato e l'Università di Pavia mira alla formazione di ottimi giuristi capaci di scrivere buone leggi. Ma i funzionari di Camera e Senato sono già ottimi; però possono fare ben poco, da una parte rispetto ai primi concepitori delle leggi, che ormai sono quasi esclusivamente da una parte i burocrati dei Ministeri, dall'altra i politici, che, a partire dai testi oscuri scritti dai funzionari ministeriali, tendono a rendere il testo delle leggi ancora più vago e contorto, per permettere al più ampio numero di parlamentari, di provenienza ideologica diversa, di riconoscersi comunque nel testo della legge che approvano, magari leggendovi ognuno un senso consono ai propri principi.

Sarebbero burocrati, parlamentari e i collaboratori di questi ultimi (i "portaborse"), a dover seguire obbligatoriamente corsi, duri e selettivi, di tecnica legislativa e di chiarezza linguistica. E, visto che dà generosamente ospitalità alle mie parole il quotidiano di Trieste, la città in cui opera come Presidente della Regione la vicesegretaria dell'attuale partito di maggioranza, Debora Serracchiani, e dove vive il capogruppo alla Camera dello stesso partito,

Ettore Rosato, mi rivolgo direttamente a loro: cosa pensate di fare per cambiare verso nel modo in cui scrivete le leggi?

Perché, ricordatevi, come ha scritto l'ex senatore Gianrico Carofiglio: "l'oscurità della scrittura è profondamente antidemocratica".

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