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Contro la “stepchild” la famiglia lessicale accoglie un “configlio”

di MICHELE A. CORTELAZZO In un articolo di gennaio avevo notato incidentalmente che il mondo politico aveva adottato un nuovo anglismo: “stepchild adoption”, “adozione del figliastro”, o, senza usare...

di MICHELE A. CORTELAZZO

In un articolo di gennaio avevo notato incidentalmente che il mondo politico aveva adottato un nuovo anglismo: “stepchild adoption”, “adozione del figliastro”, o, senza usare “figliastro” che certamente ha una connotazione negativa, “adozione del figlio del partner” e avevo ricordato come ormai la politica usi i forestierismi come una nuova forma di politichese, alla quale ricorre per confondere le acque nei dibattiti più scottanti e controversi e per non far capire esattamente cosa sia l'argomento in discussione.

Rammento che l'adozione del figlio del partner è prevista nella nostra legislazione già dal 1983; ora, il disegno di legge Cirinnà propone, all'art. 5, di estenderne la possibilità a ogni tipo di coppia, comprese quelle omosessuali. È certamente un argomento delicato, che divide le coscienze. Ma anche le confonde: quanti sanno che in discussione non è l'adozione tout court da parte delle coppie omosessuali, ma solamente l'adozione del figlio avuto dal partner in una precedente relazione (eterosessuale, a parte i possibili casi di maternità surrogata, che però possono riguardare anche le coppie formate dalle persone di due sessi diversi)?

La confusione è dovuta proprio all'uso del forestierismo che, tra l'altro, ha messo in difficoltà gli stessi politici, come provano gli esilaranti, ma al tempo stesso vergognosi, tentativi di alcuni di essi di pronunciare l'anglismo, senza riuscirci.

Per avere un quadro completo dell'artificialità di questa espressione, e delle conseguenze che ne derivano, posso aggiungere tre corollari: il primo che la locuzione è di scarsissimo uso in inglese (Google ci segnala 347.000 pagine in italiano che presentano “stepchild adoption”, contro le sole 18.300 in inglese); il secondo, che si sta diffondendo la forma accorciata “stepchild” al femminile, così come si sente “la spending”, per “spending review” e “la voluntary” per “voluntary disclosure” (un vezzo tutto nostro, che non entrerebbe mai in gioco se avessimo a che fare con un'espressione italiana: chi mai chiamerebbe questo tipo di adozione “la figliastro”?); il terzo, che l'uso di “stepchild” dovrebbe portare con sé, per coerenza, “stepfather”, “stepmother” eccetera.

Si pone, quindi, un problema di chiarezza e di trasparenza, ma anche di utilizzo di formule politicamente corrette: come parlare dell'adozione del figlio acquisito senza usare la parola “figliastro”? La legge, è vero, ha equiparato, dal punto di vista giuridico, figli e figliastri; ma, come mostra la discussione di questi giorni, c'è il bisogno di distinguere lessicalmente il figlio della coppia dal figlio di uno solo dei suoi componenti.

Francesco Sabatini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca, ha lanciato domenica 7 febbraio, durante il suo consueto intervento nella trasmissione “Uno Mattina in famiglia” una proposta innovativa: l'introduzione del neologismo “configlio”.

Non si tratta di una creazione cervellotica: esiste già una famiglia lessicale che utilizza questo schema compositivo, quella di “compare” e “comare” (e, come forme arcaiche o dotte, in uso nell'antropologia culturale, “compadre” e “commadre”), e anche di “confratello” e “consorella”, usati solo in riferimento agli appartenenti a congregazioni religiose.

Si tratta, quindi, di allargare questa famiglia lessicale, aggiungendovi “configlio”, rivitalizzando “compadre” e “commadre”, attribuendo un ulteriore significato a “confratello” e “consorella”.

La proposta di Sabatini arricchirebbe l'italiano di una parola di cui proprio le cronache recenti hanno dimostrato la necessità, e permetterebbe di poter esprimere un significato (quello di figlio, o figlia, del partner) con una parola priva di aloni spregiativi.

La proposta potrà attecchire? È difficile dirlo. In trasmissione Tiberio Timperi ha osservato che “suona bene”; ma qualcun altro potrebbe dire che “suona male”. È un giudizio soggettivo: ma è anche un argomento debole, perché è frequente che, all'inizio, parole nuove “suonino male”, e poi, invece, entrino a pieno titolo nel lessico della lingua. E, comunque, è difficile sostenere che “stepchild adoption” suoni bene, soprattutto nella bocca di chi inciampa quando pronuncia l'anglismo.

La storia delle lingue non è stata sempre benevola nei confronti dei neologismi pensati a tavolino, anche se ben congegnati. Per esempio, continuiamo a parlare di “smog” e non di “fubbia”, unione di “fumo” e “nebbia”, come “smog” è unione di “smoke” e “fog” (per l'appunto, “fumo” e “nebbia”).

La parola “fubbia” è stata inventata e proposta nel 1987 da Arrigo Castellani, ma non ha avuto il benché minimo seguito. Ma esistono anche casi contrari. Quando usiamo “autista”, come nome di un mestiere, la maggior parte di noi non immagina nemmeno lontanamente che si tratta di una parola inventata, costruita per evitare un forestierismo, “chauffer”; lo stesso vale per “regista”, che ha sostituito “regisseur”. A proporre entrambe le parole è stato Bruno Migliorini, nel 1932; dopo gli inevitabili contrasti iniziali, le due parole hanno attecchito e sono diventate parole italiane a pieno titolo, di uso corrente.

Cosa accadrà a “configlio”? Subirà la sorte sfortunata di “fubbia” o gli arriderà il successo di “autista”? È impossibile fare previsioni. I linguisti, ormai, non hanno più voce in capitolo: attraverso un esponente autorevole della categoria, Francesco Sabatini, hanno dato il loro contributo e hanno avanzato una proposta. Ora a decidere sarà la comunità dei parlanti e lo farà con i fatti: continuerà a usare “stepchild” oppure opterà per “configlio”, facendone propri forma e significato? Certamente un ruolo importante l'avranno i politici e i giornalisti. Ma non si tratterà solo di una decisione lessicale, sarà anche una presa di posizione sul rapporto di

chiarezza e trasparenza che vogliono tenere con i cittadini e con i lettori: vorranno farsi capire, o vorranno continuare, per fini che a questo punto non potranno che essere loschi, a mascherare le loro idee con la “fubbia” dell'anglismo facilmente fraintendibile?

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