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L’esodo nella tromba di latta di Fragiacomo

Esce il libro-cd del musicista triestino trapiantato da anni a Milano. Un progetto con Lidia Bastianich

Mario Fragiacomo è appena tornato da New York, dove ha presentato a Lidia Bastianich il suo nuovo libro “Quella tromba di latta del confine orientale italiano” (LuglioEditore, pagg 226, euro 25, cd allegato). «Con lei - spiega il musicista triestino, trapiantato da tanti anni a Milano - abbiamo un progetto: il cofanetto “Histria e oltre”, disegni di Bruno Chersicla, musiche della mia Mitteleuropa Ensemble, canti dell’esodo istriano...».

Come nasce il libro?

«Dal desiderio di far conoscere agli italiani cosa è successo dalle mie parti del confine orientale italiano nella seconda metà del ‘900 con gli occhi di un musicista e non di uno storico. Il desiderio di raccontarsi attraverso una storia vissuta sulla propria pelle».

Da dove parte?

«Appartengo a quella schiera di ultimi testimoni viventi dell'esodo di istriani, fiumani e dalmati. Nel libro sono partito proprio da quella vicenda dimenticata dai libri di storia. Parlo del Silos di Trieste, delle baracche del campo profughi di Padriciano e di Campo Marzio, dell'hangar 26 del porto vecchio di Trieste».

Un ricordo personale?

«Al porto franco di Trieste c'era un luogo della memoria particolarmente evocativo: il magazzino o hangar 26. Ci passavo davanti nei primi anni Settanta quando lavoravo in una piccola ditta di misurazioni di bordo e di legnami. Vedevo lavoratori portuali, scaricatori, gruisti... Riflettevo sul silenzio spettrale: nessun movimento, nessun vagone, nessun camion che si fermasse, porte e finestre sbarrate, come un cimitero».

Prosegua.

«Lì sono custodite le masserizie dei profughi, mi dicevano. Riflettevo e andavo avanti a passo svelto perché quell'insolito silenzio mi intimoriva, mi turbava. In questi ultimi anni il magazzino è stato restaurato e le masserizie spostate al magazzino 18 dopo una breve sosta all’hangar 22. Ma per decenni sono rimaste dentro quel magazzino tenebroso: il magazzino 26».

Una storia che lei ha portato in scena.

«Sì, mi emoziono sul palco da dieci anni quando racconto questa vicenda nascosta per sessant'anni dalla storia. Lo documenta il mio album di tanti anni fa “Trieste, ieri un secolo fa”. Un florilegio musicale, come lo ha definito Fulvio Tomizza nella presentazione all’interno dell'album».

La “tromba di latta”?

«Come ricorda Luigi Maria Guicciardi, che ha scritto con me il libro, la tromba di latta viene da lontano per uno specifico episodio di vita, forse dell’adolescenza, e cioè l’incontro e la presa di possesso di una “res derelicta”, uno strumento scalcinato e abbandonato nei Silos terra di nessuno del Territorio Libero di Trieste. Faccio parte di quella schiera di musicisti tosti che soffia nel tubo di una tromba. “Di latta” perché voglio un po’ staccarmi dagli altri soffiatori “del tubo” che circolano...».

La sua storia musicale?

«Cominciai giovanissimo, al Ricreatorio Brunner di Roiano con il maestro di banda Pasquale D’Iorio. Avevo otto anni. Tromba, flicorno baritono (bombardino), flicorno tenore, sempre e comunque strumenti della famiglia degli ottoni. A sedici anni mi iscrivo al Conservatorio Tartini. Poi scopro il jazz, anni dopo suono nel gruppo di Silvio Donati...».

Il “free jazz”?

«Ho cominciato a Trieste assieme a giovani musicisti triestini come l’oboista Mario Feroce, ora regista di fama in Francia, i sassofonisti Edy Meola e Ottavio Corrado, i percussionisti Jacques Centonze, Fulvio Zafred e Pino Fontanarosa, il talentuoso chitarrista Tullio Palumbo, i pianisti Carlo Moser ed Edoardo Zanmarchi ancora adesso in attività. Ci aiutava a trovare spazi in cui esibirci un caro amico prematuramente scomparso, Edoardo Kanzian».

Milano?

«Alla fine degli anni Settanta, dopo aver vissuto la rivoluzione basagliana, e anche il concerto di Ornette Coleman al manicomio di San Giovanni, tromba sottobraccio parto per Milano, la capitale delle sette note per noi musicisti».

La musica klezmer?

«Dopo il trasferimento a Milano, dove ho proseguito gli studi accademici e di perfezionamento, e dopo aver suonato sempre in gruppi di “free jazz” e in diverse big band, vengo contattato dall’entourage di Moni Ovadia tramite l’amico musicista triestino Alfredo Lacosegliaz. Con loro sono approdato al klezmer tradizionale ebraico per poi portarlo nell’ambito jazzistico».

La prefazione è firmata Giorgio Gaslini.

«È stato il mio primo maestro di musica jazz, al corso che teneva al Conservatorio Giuseppe Versi, a Milano. Mi ha detto che l’ha scritta con piacere, che è rimasto colpito dalla lettura di quello che allora era solo un manoscritto. Purtroppo

è mancato prima di vedere questo libro uscire...».

Il libro/cd di Fragiacomo verrà presentato il 20 marzo alle 18 alla Sala Giubileo, a Trieste, nell’ambito della Festa della letteratura e della poesia “Castello di Duino”.

twitter@carlomuscatello

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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