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A Davos sono gli artisti che insegnano ai leader come salvare il mondo

di Flavia Foradini Il World Economic Forum di Davos è a tutti gli effetti uno dei vertici mondiali più seguiti e ambìti come vetrina, per quanto riguarda l'economia e le politiche economiche. L'appun...

di Flavia Foradini

Il World Economic Forum di Davos è a tutti gli effetti uno dei vertici mondiali più seguiti e ambìti come vetrina, per quanto riguarda l'economia e le politiche economiche. L'appuntamento annuale nella cittadina fra i monti svizzeri raccoglie perciò senza fatica da ogni latitudine uno stuolo di opinion leader disposti a parlare rivolgendosi al mondo. Allo stesso tempo il convegno è un luogo di incontro, scambio di idee dietro le quinte e anche di scoperta di nuove prospettive sui problemi e sulle sfide che agitano il pianeta.

A questo scopo il fitto programma si apre a scienziati, intellettuali, artisti e drammaturghi, chiamati a fornire quel quid in più, quella spinta verso la partecipazione emotiva, la capacità di immedesimazione, la comprensione di sé e dell'altro, che possono dare vitalità e slancio alla politica e all'economia, riavvicinandole alla realtà vera: «Il World Economic Forum tematizza sfide globali. E le scienze giocano un ruolo cruciale nell'aiutare i leader a comprendere le cause di questi problemi: i politici possono imparare dagli scienziati l'abilità di mettere in discussione una tesi, ma anche di collaborare e di competere in modo costruttivo» è l'opinione di David Gleicher, direttore della sezione Scienza e Tecnologia del Forum, che avverte: «A Davos non si tengono discorsi, gli scienziati non predicano, tutti si impegnano in dialoghi, interagendo con governanti, organizzazioni internazionali, società civile, religiosi e artisti».

«Gli scienziati sono abituati a lavorare senza perdere di vista i fatti, le prove, le evidenze di un certo fenomeno e coltivano lo scetticismo - sostiene Alice Gast, presidente dell'Imperial College di Londra - mentre innovano, bilanciano con cura la loro curiosità e il loro intuito, con una buona dose di dubbio, evitando ottimismi ciechi o opinioni preconfezionate».

Fra i primi a prendere la parola a Davos, ecco dunque lo scienziato William Whittaker, pioniere della robotica. E poi interventi di Premi Nobel, come Kostya Novoselov sul futuro dei computer o Al Gore sui cambiamenti climatici, o il fisico Richard P. Feynman sullo stato della conoscenza scientifica. Sull'istruzione e le sue prospettive riflette invece Nicholas Dirks dell'Università di Berkeley, che ammette l'affanno delle università rispetto ad una dimensione davvero sovranazionale della cultura: «Siamo ormai aperti a studenti d'ogni dove, ma abbiamo solo iniziato a rapportarci al volume e alla velocità delle connessioni globali e non siamo andati affatto lontani nell'adeguare i nostri contenuti e i nostri metodi, per istruire e agevolare al meglio i nostri studenti verso un mondo profondamente interconnesso: quando i problemi non si fermano alle frontiere di una nazione né ai confini tra discipline, allora le università si devono adeguare».

E per farlo, prosegue Dirks, «servono alleanze accademiche per riconoscere e dominare le sfide del futuro e far sì che la conoscenza non venga considerata un'arma dei potenti e dei dominatori, bensì al contrario serva da modello ai governi, all'industria e alle società. Le università devono fornire agli studenti gli strumenti intellettuali per saper pensare ed agire al di là degli angusti parametri dell'egoismo o di convinzioni che considerano il bene comune un dominio privato. Dunque innanzitutto: impegno per il bene comune».

Dal canto suo, l'economista Justin Wolfers traccia un parallelo tra l'evoluzione dei sistemi di istruzione nel Novecento, che hanno portato ad una progressiva estensione della scuola dell'obbligo, e ciò che sostiene essere la necessità del XXI secolo: inglobare anche la formazione universitaria nel normale percorso di ogni studente. Lo scopo principale: non soltanto innalzare il livello culturale generale, bensì anche abbattere le ineguaglianze sociali, offrendo a più vasti strati della popolazione salari più omogenei.

Anche le arti in genere, sostiene Nico Daswani, del team organizzativo del Forum, sono una componente chiave della cultura «e la cultura influenza le nostre decisioni. Dunque qui a Davos offriamo anche contributi di artisti impegnati a migliorare il mondo, perché possono aiutare i leader, ispirando loro modi creativi per affrontare le sfide».

Fra gli artisti invitati, la commediografa afro-americana Sarah Jones, l'artista figurativa Lynette Wallworth, il tenore Andrea Bocelli, il compositore statunitense Tod Machover, la cantautrice africana Angelique Kidjo, la cineasta saudita Haifaa Al Mansour, il fotografo del National geographic Brian Skerry, ma anche la curatrice capo del MoMa di New York, Paola Antonelli o il direttore del Victoria and Albert Museum di Londra, il tedesco Martin Roth. E se il fatto che ogni giornata del Forum si apre con la possibilità di partecipare a mattutine sessioni di meditazione, pare più una gag felpata, piuttosto che un effettivo stimolo spirituale, la simulazione "Lotta per la sopravvivenza", offerta ai partecipanti delle alte sfere politiche e economiche, per mettersi per un'ora e un quarto nei panni dei diseredati che vivono con meno di due dollari al giorno, e sperimentare cosa significhi, appare invece come un reale, ancorché fulmineo incentivo a riflettere guardando il mondo da dietro lo specchio: «Cosa succede se invece che ad un pranzo elegante, invitiamo gruppi di amministratori delegati a vivere il lato sfortunato del mondo, senza telefono, senza portafoglio, senza ammennicoli tecnologici?» è l'idea di Sally Begbie e della Crossroads Foundation, un'organizzazione benefica che collabora fra l'altro con l'Onu.

Al di fuori della dorata location di Davos, la versione originale della simulazione ha immerso finora di volta in volta per 24 ore 130.000 partecipanti dentro a incubi esistenziali: manager e funzionari consenzienti, cui viene ordinato di costruire, con pezzi di legno e lamiere, baracche in cui devono poi dormire senza letti, ricevendo pasti miseri, dovendo compiere lavori pesanti a mani nude: «Certo in confronto, a Davos si tratta solo di una manciata di minuti - ammette Sally Begbie - ma dalla nostra prospettiva, è comunque un fatto positivo che numerosi congressisti vogliano provare

un poco delle pene e della disperazione che milioni di persone soffrono ogni giorno. Il nostro scopo è suscitare empatia nei confronti di un mondo da capire, tutelare e, possibilmente, cambiare. Per qualcuno, riusciamo a produrre una consapevolezza diversa».

. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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