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Una società con 17 scudetti abbandonata al suo destino

Fino a pochi anni fa Trieste è stata la regina della serie A e a Chiarbola in migliaia  hanno gioito. I talenti e i risultati non mancano ma nessuno mette mano al portafoglio

La città, a volte, ha la memoria corta. Troppo corta. Non starebbero neppure in un Tir tutti i Trofei e le Coppe conquistati nei suoi 48 anni di vita dalla Pallamano Trieste sotto “bandiere” diverse. Prima come Duina, poi come Cividin e ancora come Principe. Migliaia di persone hanno esultato a Chiarbola per quei diciassette scudetti, ogni anno o quasi una festa. Un’enormità. Eppure questa squadra sta andando alla deriva (solo economica perchè i risultati non sono mai mancati) senza che nessuno muova un dito. Qualche generica promessa, una pacca sulla spalla ma di fronte a un piatto che piange o che singhiozza Pucci Lo Duca e Giorgio Oveglia dovranno probabilmente arrangiarsi da soli. Non è neanche decoroso che una società con un simile palmares vada in giro a fare la questua. La pallamano Trieste costa poco, le spese sono ridotte all’osso, sono tutti dilettanti ma a Trieste è uno sport che ormai tira poco. In una piccola città di provincia, invece, questa squadra sarebbe stata trattata come una regina.

Il rischio - è non la prima volta - è di dover alzare bandiera bianca o di doversi iscrivere alla serie B, campionato da cui Lo Duca era partito nel 1970 assieme al presidente delle Acli Pino Grio e a un manipolo di atleti senza macchia e senza paura “rubati” al basket o al calcio come Marione Pellegrini. Pionieri. Era l’epoca in cui la squadra triestina giocava nel campetto in cemento dell’Istituto Enaip di via dell’Istria o su quello all’aperto delle Acli a Muggia dove d’estate una volta si faceva anche il bagno. Pochi soldi ma tanto entusiasmo per una squadra che poteva allora fare leva sull’effetto-novità. Incuriosiva quello sport importato da Lo Duca dall’Est che era una via di mezzo tra il basket e il calcio. Di solito allenatori, dirigenti e presidenti vanno e vengono: la Pallamano a Trieste ha invece avuto un solo uomo al comando, il prof come l’hanno sempre chiamato i suoi giocatori. In molteplici vesti, di giocatore-allenatore, di allenatore-manager e ct della nazionale e poi da presidente. «La pallamano c’èst moi», potrebbe dire con fierezza. Adesso, come ogni fine campionato è in forte ansia, è in gioco la sopravvivenza del club. Vorrebbe almeno vedere la sua creatura tagliare il traguardo dei cinquant’anni. Non è proprio solo, i suoi ragazzi, quelli che ha allevato fin da piccoli, pur alle prese con impegni professionali e familiari, non l’hanno mai mollato. È lo zoccolo duro della vecchia Cividin, Oveglia, Schina, Bozzola, Sivini. Sempre pronti a dare una mano.

Al di là dei trionfi, la pallamano a Trieste ha avuto un importante ruolo sociale grazie all’attività divulgativa ed educativa di Lo Duca. Insegnava in scuole medie non facili, a Valmaura e a Servola. Lui e qualche suo collega con la pallamano hanno tolto più di qualche ragazzo dalla strada. Molti non sono diventati campioni ma ha

scarsa importanza. Il prof s’inventava tornei pomeridiani offrendo un’alternativa a questi giovani in una disciplina peraltro anche dura, a volte molto fisica. Lasciarla morire così ora sarebbe un grave errore. La città si deve mettere una mano sulla coscienza e una sul portafoglio.

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