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Attruia: play-off, stress che dà la carica
BASKET

Attruia: play-off, stress che dà la carica

Il grande play di ieri ora allena la psiche

TRIESTE. «La chiave per affrontare i play-off? Viverli completamente proprio perchè hai vissuto e lavorato per arrivare fino a questo momento. E non sei solo, perchè questo è un momento che condividi con i compagni, con il pubblico, con la città». Anche andare a canestro è questione di testa. Il consiglio arriva da chi, campione di basket, è diventato un campione anche nel suo nuovo ambito professionale. Stefano Attruia - sì, proprio quello Stefano Attruia - adesso è un apprezzato consulente formatore. Cioè, come spiega lui stesso, «supporto team professionali e persone a raggiungere i loro obiettivi. Si può passare da un meeting strategico di una multinazionale agli adolescenti di un centro professionale, ma lo scopo resta lo stesso. Cercare di aiutare gli altri ad andare oltre i propri limiti e le paure».
PRESSIONE DA PROMOZIONE In serie A2 sono rimaste quattro formazioni a giocarsi la promozione. Le tre grandi favorite del girone Est (Alma, Treviso e Bologna) e Casale, prima dell’Ovest. L’asticella dei play-off si alza ulteriormente. Domenica si va in scena per il primo atto. Allenamenti a ritmo serrato ma anche tanta pressione addosso alle 4 formazioni superstiti. Come si vivono sfide come le prossime? La risposta di Attruia è un ricordo che vale da solo un clinic. «Serie A2 1994-95. Giocavo nell’Olitalia Forlì. Con me Andrea Niccolai, Moltedo, Di Santo. Volevamo venir promossi ma i grandi favoriti erano altri. La Rimini di Carlton Myers, Ferroni e Ruggeri. Tutti scommettevano su Rimini, e per un po’ anche noi eravamo convinti che fossero superiori. Un giorno il nostro Usa, Kenny Williams fa: “Possiamo batterli”. Abbiamo cominciato a dare un nome allo stato d’animo che ci stava condizionando. Pressione. Iniziammo a giocare con questa parola, qualcuno cominciò a dire “I like the pression”. Ce lo ripetevamo mentre tiravamo i liberi e alla fine ci ritrovammo a dire “I love the pression”. Avevamo trasformato in qualcos’altro quella sensazione che rischiava di bloccarci. La pressione non ci faceva paura. Era diventata il nostro motore. Finito l’allenamento, con Niccolai andavamo a pranzo e continuavamo a parlare di basket, di come avremmo dovuto giocare per battere Rimini». Quasi superfluo svelare come andò a finire. Venne promossa Forlì.
Pressione e stress come alleati, allora? «La parola stress è un termine neutro, non è solo negativo, esiste anche lo stress buono, quello che puoi usare a tuo vantaggio. Un esempio: all’Aek il mio coach Ioannidis mi fece notare che giocavo meglio quando ero sotto pressione, contro le grandi squadre. Panathinaikos, Olimpiakos...Una situazione che mi caricava».
IL FATTORE CAMPO Grecia significa anche i campi più caldi del basket europeo. «Il calore del tifo non è limitato a un settore del palasport. Sono in 10mila a tifare incessantemente, nello stesso modo, con lo stesso coro. In casa sembra di giocare su un tappeto fatto di passione. Il fattore campo esalta i giocatori, trasmette coraggio. Ma si può trarre forza anche davanti al tifo avversario. Da giocatore mi faceva piacere sentire i fischi, significava che mi temevano. All’inizio del riscaldamento mi dava la carica quando i tifosi che iniziavano a riempire il palasport si avvicinavano al parquet fischiando nella speranza che sbagliassi il tiro. Io lo mettevo dentro e mi caricavo, grazie a queste sollecitazioni ero già entrato in clima partita».
LA MATURITÀ. «Quello che ho appreso, l’ho imparato da solo. Avevo ottimi tecnici di basket ma se potessi tornare indietro, sfruttando la conoscenza che ho maturato finora, sarei un giocatore migliore. Passai ragazzino dal Don Bosco a Reggio Calabria in A2. Dalla società di casa a un club prof. E guardate che al Don Bosco c’eravamo io e Lokar che ha fatto una buona carriera in A ma quello he segnava di più era Fortunati. Con gli anni ho capito la responsabilità del ruolo del play. Non devi solo eseguire gli schemi ma devi leggere lo stato d’animo dei compagni, intuire chi coinvolgere in un certo istante. Strategie. E le strategie servono, per preparare un evento». Occorre maturità per farlo? «Non è questione di carta d’identità. Un giocatore fa gli errori di gioventù se continui a dirgli che è giovane. Se lo metti invece in condizione di venir trattato da adulto e di crescere, tranquilli che cresce».
LA FORZA DI TRIESTE. «Non esiste nello sport una sensazione più bella di vedere tutti che lavorano nella stessa direzione. Qualche mese fa hanno invitato a Forlì me e i protagonisti di quella storica promozione. Fantastico rivivere quelle emozioni e capire quanto sia stato importante per la città. Anche a Trieste si vive indirizzati verso una direzione comune. La società, la squadra, i tifosi, la città. Aumenta l’interesse, ci sono più ragazzini che vogliono giocare a basket. Un’azione sociale dalla valenza fortissima. Qui la passione è vera. Ero ragazzo, frequentavo il liceo Petrarca e abitando in via Settefontane andavo al ricreatorio Padovan. Caricavo la sveglia sulle 4.30 del mattino. Alle 5 con il pallone sotto braccio scendevo in strada e correvo fino alle Rive e ritorno, scavalcavo il muro del Padovan e, solo, in quello spazio silenzioso e immenso, dalle 6 alle 7 mi allenavo. Corsa, scivolamenti, tiri. Sentivo solo il suono del pallone che rimbalzava. Alle 7 scavalcavo nuovamente il muro e andavo a casa. Una doccia, colazione sentendo la Cnn per fare l’orecchio all’inglese, la lingua del basket, e alle 8 ero sui banchi del Petrarca. Finchè un giorno mi si avvicina Andrea Ceccotti, che era il mio insegnante di educazione fisica. «Stefano, ma cossa te fa...Varda che se te va ancora de matina al Padovan i ciama la polizia...».
PROGETTO FUTUROSA. Ma il basket adesso che ruolo ha nella vita di Attruia? «Collaboro con la Futurosa. Una bella reltà,

cari amici. Una volta alla settimana seguo le ragazzine lavorando sulla tecnica e collaboro con un bel progetto che coinvolge quattro scuole elementari. Bello lavorare con i giovani, vorrei far capire che il piacere della fatica può convivere con il divertimento del basket».
 

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