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IPPICA

Pouch, il driver passato al caffè

La crisi di Montebello ha colpito anche i guidatori

TRIESTE. Dalle redini lunghe al confezionamento di pacchi di caffè. Dai trionfi di San Siro e Montebello alla quotidianità del lavoro dipendente in una grande azienda. Questa la parabola di Ennio Pouch, triestino, ex driver professionista del trotto con un più che invidiabile curriculum alle spalle, involontario emblema della crisi dell’ippica italiana, che tutto travolge. Lui in realtà dal sulky non sarebbe mai sceso. Ma che è anche la parabola dell’ippodromo di Montebello, dove tra montepremi e giornate di corse tagliate, si fa difficoltà a portare a casa la pagnotta.
Entrato poco più che adolescente nel mondo del trotto, intrapresa una brillante carriera, confortata da notevoli risultati, come la vittoria più importante in assoluto, con Oligo Jet, nella Poule dei maschi - premio Veneto, a San Siro, il 20 marzo ’92, oppure quella ottenuta a Palermo nel 2002, nel Palio dei Proprietari, in sediolo a Ulmontgal, cavallo di un altro grande del trotto triestino e nazionale, Paolo Romanelli, in mezzo ai cavalli ci sarebbe rimasto fino alla pensione, probabilmente anche oltre.
Ma il declino di quel mondo, frutto di scelte talvolta incomprensibili agli stessi operatori del settore, lo hanno obbligato a cercare prospettive professionali e di vita ben diverse. E così Pouch, classe ’59, protagonista di migliaia di corse a Montebello e in numerosi ippodromi italiani, ha dovuto scendere dal sediolo, trovare un’occupazione che niente ha a che fare con la pista, coi cronometri, con l’emozione del traguardo. Riposti frustino e guanti, Pouch oggi si guadagna lo stipendio lavorando come operaio in una cooperativa impegnata all’interno della Illy caffè. Una soluzione più che dignitosa, invidiata da molti suoi coetanei espulsi da realtà industriali o commerciali e che faticano all’inverosimile nel trovare una nuova occupazione.
«Infatti da un lato mi sento fortunato – esordisce – perché ho trovato una valida alternativa professionale. Devo però ammettere che la nostalgia è tanta – aggiunge subito, con una evidente punta di amarezza – perché i cavalli, le corse, le scuderie, quell’atmosfera unica e straordinaria che si respira nel mondo dell’ippica fanno oramai parte di un passato che non tornerà». A Trieste il trotto ha una tradizione unica in Italia: l’ippodromo di piazzale De Gasperi ha 125 anni, è il più vecchio del paese. Su quelle curve e su quelle diritture si sono misurati alcuni fra i migliori cavalli del mondo. Un nome su tutti: Varenne, il famoso “Capitano”, che a Montebello, nella sua unica apparizione triestina, giunse secondo (gli capitò solo tre volte in carriera, in mezzo a una selva di vittorie). Eppure oggi da quella pista si sono dovuti allontanare in tanti. Pouch è uno di quelli.
«Capii che era il momento di mollare nel 2012 – racconta – quando ci fu comunicata la notizia di una sensibile riduzione del monte premi, cioè di quello che va riconosciuto ai proprietari quando i loro cavalli vincono o si piazzano. In quel momento – spiega – mi ritrovai, in poche settimane, ad avere solo sette cavalli in scuderia invece della ventina abituale. I proprietari non se la sentivano più di continuare a quelle condizioni e io, di conseguenza, dovetti ripensare al mio futuro, a 53 anni». Un epilogo triste. «Quando sono al lavoro – spiega – mi vengono alla mente tanti cavalli che ho domato quand’erano ancora puledri per poi diventare primattori in tante corse a Trieste, a Treviso, a Padova. L’ultima, in ordine di tempo – ricorda – è Lolita Di Farnia, cavalla eccezionale, che mi ha dato tante soddisfazioni. Ma ci sono state anche tante persone che fanno ancora parte di quel mondo e che mi hanno aiutato nei momenti difficili. Per esempio Paolo Romanelli, che mi ospitò a Torviscosa, nel suo centro di allenamento, dimostrandosi un grande amico».
Oggi Pouch, anche per compensare, almeno parzialmente, la voglia di agonismo e la sua naturale propensione alla competizione, si dedica al calcio amatoriale. «Uno sport – spiega – al quale mi sono avvicinato tardi, rispetto ai canoni tradizionali, cioè quando mi stavo avvicinando alla quarantina. Inizialmente il calcio mi doveva aiutare a perdere una ventina di chili, perché negli anni ’90 – confessa - avevo superato la soglia limite. Avevo smesso di fumare, cosa che giova alla salute da un lato ma fa ingrassare dall’altro – continua – e decisi di modificare radicalmente le mie abitudini, cambiando stile di vita. Tutt'ora mi alleno quotidianamente, per il mio benessere e per affrontare al meglio gli impegni nel calcio amatoriale, passione che condivido con il gruppo ‘Uaciu’, nome della

bibita a base di avana e cola che abbiamo inventato con i compagni di squadra”. E così l’ultimo successo sportivo di Ennio Pouch non è legato ai cavalli: «Abbiamo conquistato il torneo veterani – conclude – una piccola consolazione”. Ma i cavalli erano senz’altro un’altra cosa.
 

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