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Fernandez: Alma, so come vincere
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Fernandez: Alma, so come vincere

"El Lobito" si sta già allenando all'Arena

TRIESTE. C’è sempre un lupo nel destino della Pallacanestro Trieste. L’Acegas aveva capitan Marco “Lupo” Carra. L’Alma ha Juan “Lobito” Fernandez. Lobito, piccolo lupo perchè quando un nomignolo te lo appioppano da ragazzino non è che poi le to ritocchino anche se sei cresciuto a 193 centimetri...
Il nuovo play della squadra di Dalmasson è a Trieste già da un paio di mesi. Qui la moglie ha dato alla luce il secondogenito Tiago, qui Juan ogni giorno si allena nel silenzio dell’Alma Arena, qui trova la sintonia con lo staff tecnico e con i compagni di squadra che si affacciano nell’impianto di Valmaura. «Un piacere allenarmi con Cavaliero, Pecile purtroppo non gioca più ma è sempre vicino comunque, Coronica mi aiuta a capire la città». Il capitano in segno di benvenuto gli ha anche ceduto la maglia numero 4. Mica capita dappertutto.
Il “Lobito”, 27 anni, argentino di Rio Tercero (come Pablo Prigioni, per dire), provincia di Cordoba, è figlio d’arte da parte di padre («Ha giocato 17 anni e adesso allena nel Boca Juniors») e di sangue - e passaporto - italiano da parte di madre («La sua famiglia è originaria del Cuneense»). La famiglia ha lavorato in un ristorante dal nome quasi profetico per un approdo a queste latitudini: Pinot Grigio.
Io e Trieste. «Non mi era mai capitano di vivere in una città di mare e questa è stata la prima bella sensazione che Trieste ha regalato a me e mia moglie. L’Alma è costruita per puntare alla promozione. È quello che società e tifosi si aspettano da noi. Quando confermi sette giocatori di una squadra che l’anno prima ha disputato la finale promozione e ci aggiungi altri elementi forti automaticamente diventi un candidato alla serie A. Dovremo essere bravi a gestire la pressione, ricordandoci che l’importante è arrivare al meglio nei play-off».
Le differenze. «Ho giocato in Argentina, in un’università america, in Italia e in Spagna. Difficile fare paragoni. In Spagna gli arbitri sono piuttosto fiscali nel fischiare i contatti fisici, in Argentina invece il gioco fisico la fa da padrone. L’Italia è il giusto compromesso. I giocatori Usa alzano il livello ed esaltano l’atletismo. In Spagna si pensa molto alla tattica, si sta sempre in palestra. In Argentina non lo si può fare, le trasferte sono viaggi interminabili».
I miei States. «Gli anni a Temple University sono stati importanti. Era stato il college di Pepe Sanchez. Oggi un non statunitense che gioca in un’Università non fa notizia ma nove anni fa dalle mie parti non era un evento così frequente. Siamo riusciti sempre a entrare nel tabellone del torneo Ncaa».
La mia Italia finora. «Uscito da Temple, l’Olimpia Milano mi ha proposto un contratto di tre anni. Mi hanno mandato in prestito prima a Brescia, poi a Sassari. Quando sono rientrato alla base, era cambiato tutto. Altre persone, altre scelte. L’avventura milanese è finita lì, ma non la mia Italia. A Brescia ho vinto una finale play-off di A2 e l’anno prima eravamo usciti in semifinale, ho conosciuto Loschi e Cittadini. A proposito, vi raccomando Loschi. Bravissimo ragazzo, sa stare in un gruppo. Ottimo tiratore, darà sempre il 100%. A Brescia in due anni ha dovuto adattarsi a ruoli diversi: prima era la guardia che usciva dalla panchina, poi il tiratore del quintetto e il capitano. Se l’è cavata benissimo in entrambe le vesti».
Il mio gioco. «Mi piace coinvolgere i compagni. A Brescia sono stato impiegato anche da guardia ma mi sento un play. Ho bisogno di “sentire” la squadra. L’ho sempre fatto».
La mia Argentina. «Il calcio è una religione. Non si discute. Il basket è entrato davvero nel cuore degli argentini con la generazione di Ginobili, Scola, Nocioni. L’oro olimpico ad Atene 2004 è stato un punto di svolta. Ho giocato con le rappresentative giovanili, ho vinto l’oro ai Paramericani Under 18 battendo gli Usa. La Nazionale A è in una fase di ricambio generazionale ma i bravi giocatori sono tanti. Il pensiero della Nazionale non mi toglie il sonno. Ma, magari, vincendo

in una piazza come Trieste...».
Io e la vittoria. «Ho debuttato a 15 anni nella squadra della mia città. Eravamo in quarta serie e vincemmo il campionato. Ho vinto con la Nazionale giovanile argentina e a Brescia. A Temple c’era una mentalità vincente. So come si fa».

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