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LA STORIA

Enrico, promozione e azzurro

Un anno fa il debutto nel basket in carrozzina, ora può sognare

TRIESTE. I sogni, se te li meriti, si possono avverare. Aveva un sogno, Enrico, dopo che il destino, terribile, mascherato sotto il nome di “Sarcoma di Ewing”, si era accanito a distruggerne altri, quelli di un ragazzino che giocava a basket con Ruzzier e Tonut e sperava un giorno di andare in serie A. Ricominciando a vivere il basket da una carrozzina, Enrico sognava di tornare a vincere ma soprattutto di dimostrare agli altri che con la forza d’animo e la tenacia si può reagire a tutto. Senza lacrime, senza vittimismo, ma con un sorriso contagioso.
Enrico Ambrosetti, amore per il basket nel Dna grazie a mamma Sabrina Colomban, 23 anni, la scorsa estate aveva cominciato la sua nuova vita sportiva. Sette anni dopo la malattia, l’operazione alla gamba destra, la protesi e il forzato addio alle partite giovanili. Aveva bussato alla porta della Castelvecchio Nordest Gradisca, il club simbolo del basket in carrozzina nella nostra regione. Settimane di allenamenti da solo a Servola, con i consigli di mamma e di Franco Pozzecco. Poi i primi allenamenti con Gradisca, il debutto in serie B. E quel nuovo sogno. «Sarebbe bello un giorno arrivare in serie A. E, magari, giocare in Nazionale».
I sogni, se te li meriti, si possono avverare. Neanche dodici mesi dopo Enrico ha conquistato la promozione in A. Da protagonista. E il ct della Nazionale in carrozzina lo segue.
Enrico ha già vinto la sua partita.
LA PROMOZIONE. «Non avrei potuto sperare di meglio. A Gradisca mi hanno accolto come in una famiglia. Hanno capito il mio disagio e mi hanno aiutato. Ero il più giovane, non avevo esperienza e dovevo capire come fosse possibile giocare a basket spostandosi per il campo su una carrozzina. Non è stato semplice. Ho avuto bisogno di sentire la fiducia dei tecnici e della squadra per insistere e migliorare. Inizialmente giocavo cinque minuti a partita con il terrore di commettere errori e compromettere la partita degli altri. Le cose sono cambiate con il trascorrere delle settimane. Quasi senza accorgermene. Certi gesti in campo mi sono diventati abituali, gli incoraggiamenti mi hanno confortato. Ci siamo giocati la promozione alle Final Four, in Toscana. Avversari tosti, compresi due ex azzurri. Ce l’abbiamo fatta. Ce l’ho fatta. Mi hanno pure premiato come Mvp delle finali. Hanno detto che una mia azione è risultata la giocata più spettacolare. Sicuro, è stata bella da vedere ma, lo ammetto, quanta incoscienza nel provarci...Mi è andata bene»
L’AZZURRO. «Il tecnico della Nazionale Di Giusto ha assistito alle finali promozione. C’è stata già una convocazione, il ct mi ha detto che ci rivedremo e mi tiene d’occhio. Il prossimo anno, in serie A, dovrò migliorare. Mi metterò in gioco contro i big azzurri. Sarebbe un sogno venir convocato per i Mondiali di Amburgo. In palio le qualificazioni per le Paralimpiadi di Tokyo 2020».
IL CAMP. «Un pomeriggio speciale. Andrea Pecile mi ha contattato. Sa della mia storia e si ricordava di quando, prima della malattia, ci eravamo affrontati in un torneo “Lui e Lei”. Mi

ha invitato al Trieste Tropcis Camp, a Villa Ara, a parlare di me ai ragazzini. Ci sono andato con la mia carrozzina. I bambini mi hanno chiesto di tutto. Volevano sapere come fosse giocare a basket costretti a stare seduti. Mi hanno fatto sentire l’ospite d’onore. Una sana, bella, emozione».

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