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Nella città del Tricolore trionfa Gaviria

Tris del colombiano a Reggio Emilia, italiani ancora a secco. Oggi neve sullo Stelvio, la montagna mito martedì è a rischio

INVIATO A REGGIO EMILIA. Restare a digiuno a Reggio Emilia è dura. Tra salumi, il fantastico erbazzone, lo gnocco fritto, il parmigiano reggiano con l’aceto balsamico, c’è un fantastico imbarazzo nella scelta. Eppure l’Italbici ha terminato la corsa ancora con la pancia vuota. Niente da fare, dopo dodici tappe (più le ultime due di un anno fa) i corridori italiani da 14 frazioni non vincono al Giro. L’ultimo è stato Nibali a Risoul nell’indimenticabile cavalcata che gli aprì la strada alla maglia rosa. Da quel giorno solo delusioni. Piazzamenti. Anche di prestigio, come quello del 23enne di origine polacche, ma bresciano (basta sentirlo parlare), Jacub Marezcko. Ieri il velocista della Wilier è arrivato secondo. Ma non ha potuto far altro che accucciarsi alla ruota di un fantastico Fernando Gaviria. Il 23enne della Quickstep ha fatto tris: dopo Cagliari e Messina ha dominato la volata, splendidamente lanciato dal treno dello squadrone belga e in particolare da Max Richeze, “pilota” perfetto e capace anche di piazzarsi quinto. Vincere una volata, si sa, è anche questione di treni. Il colombiano, maglia ciclamino che con grande serietà dice di voler portare fino a Milano (capito Greipel, che un anno fa ti ritirasti a Bibione?), ha il convoglio giusto. «Richeze mi ha fatto vincere tante gare quando era nel mio treno, adesso corre per Gaviria», ha detto sconsolato Sacha Modolo (Emirates) anche ieri piazzato tra i dieci ma lontano dal vincitore. Come tutti gli altri: Gaviria ha dominato. Una tappa in cui lo sprint era scritto. Da Forlì a Reggio, infatti, l’unico ostacolo era l’appennino, comodamente scollinato dai girini in autostrada, per quella che era la chicca di giornata.

Ci hanno provato due italiani, Marcato (Wilier) e Maestri (Bardiani) corridore di casa, a onorare il Tricolore nato il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia quando la Repubblica Cispadana imitava la rivoluzione francese anche nella scelta della bandiera.

Già i francesi. Ieri allo scoperto è uscito il più atteso oltralpe, quel Thibaut Pinot (Fdj) innamorato fin da bambino dell’Italia e venuto a correre l’amato Giro per sfuggire alle grandi pressioni che sempre incombono su di lui al Tour. Perché è vero che gli italiani non sono profeti in Patria da 14 tappe, ma il Giro l’hanno vinto nel 2016. I francesi, invece, con quella splendida cucina che si ritrovano, non vincono un Tour dal 1985, quando trionfò Hinault con i pedali “a gabbietta” che stavano per finire la loro gloriosa era e l’era del web non era iniziata. Pinot lo sa e intanto prova a vincere il Giro. “Solo la vittoria è bella”, ha tatuato in italiano il francese.

«Adesso arrivano le montagne». Su tutte la cima di questo Giro: il Passo dello Stelvio, che i corridori dovranno scalare due volte martedì prima di piombare verso Bormio. Oggi sulla montagna che Coppi consegnò direttamente al mito nel 1953 al suo esordio, nevicherà. Il meteo dice che poi tornerà il sole. Gli organizzatori sono tranquilli. C’è il pericolo valanghe sul versante Altoatesino. Il piano B che ruota attorno

alla dolce Aprica è pronto. Tutti sperano non serva, Pinot, Quintana e Nibali compresi. Quasi tutti. A Dumoulin, ieri fischiettante in maglia rosa, saltare lo Stelvio farebbe comodo. Al di là delle dichiarazioni di facciata.

@simeoli1972

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