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Prandelli esalta l’Italia «Volevamo passare»

Il ct vince il duello col maestro Trap: abbiamo sofferto, ma è lo sport

E alla fine l’allievo superò il maestro. Cesare Prandelli operaio in cinquecento nella Juve in Testarossa di Giovanni Trapattoni dei primi anni ’80 calpesta il cielo d’Irlanda e approda ai quarti di finale dell’Europeo, che non sono il paradiso ma sicuramente lì c’è una vista migliore che da una torrida Coverciano di inizio estate. «È stata una partita molto difficile – dice il nostro ct –. Abbiamo affrontato una squadra e un pubblico meraviglioso, ma questo è lo sport e noi abbiamo accettato di soffrire in certi momenti, ma abbiamo voluto questa vittoria».

Il vecchio e il giovane, stessa estrazione proletaria, stessa vita da mediano, stessi piedi modesti, ma stesso cuore. Trapattoni mastino del centrocampo capace da calciatore di annullare un certo Pelè Prandelli agricoltore della mediana ma con velleità da mezzala, dodicesimo uomo di una Juve stellare con Platinì, Boniek, Rossi. E in quella Juve il maestro Trapattoni educa l’allievo Prandelli alla cultura della vittoria in Coppa Campioni come a briscola. È il dodicesimo uomo di quella squadra che domina la scena tra il 1979 e il 1985: il Trap lo mette in campo quando il primario ha concluso l’operazione e bisogna solo chiudere con i punti di sutura.

E adesso uno contro l’altro. Trapattoni, maestro di bottega del pallone, a 73 anni non ha voglia di andare in pensione e predica il verbo del calcio italiano nella grigia e umida Dublino. Il suo allievo si siede su quella panchina che lo stesso Trap ha avuto in comodato d’uso per un Mondiale e un Europeo, silurato dal biscotto scandinavo. Il Trap non è un innovatore, ha preso appunti mentre Nereo Rocco spiegava la tattica in dialetto triestino. Il suo marchio di fabbrica è copertura (per non dire catenaccio) e contropiede. Lo ha applicato alla Juve, all’Inter e poi esportato anche in Germania, in Austria e ora in Irlanda. Non fa sconti Trapattoni: al cuor si comanda. Eccome se si comanda. Chiude tutte le finestre neanche dovessero venire gli inglesi a fare rappresaglia. Nove giocatori dietro la linea della palla e poi via in contropiede: per fortuna là davanti ha un vecchio guerriero acciaccato come Robbie Keane che non riesce a bruciare in velocità nemmeno Chiellini e Barzagli che non sono proprio dei giamaicani. Non si scompone mai il tecnico di Cusano Milanino. L’ultima concessione allo spettacolo l’ha elargita nella conferenza della vigilia apostrofando indirettamente Roy Keane che in patria lo aveva criticato.

È più agitato invece Cesare Prandelli. L’allievo è borderline nel destino dell’Italia ed in parte anche nel suo, ma cammina sulla linea di confine anche dell’area tecnica. È più nervoso che mai, del resto sta giocando la partita più importante della sua carriera. E da attore protagonista e non come spalla quando giocava nella Juve. Gesticola, urla, richiama all’ordine i suoi uomini soprattutto i centrocampisti. Non è contento della sua Italia modellata secondo un 4-3-1-2 più vicino alla sua natura ma probabilmente fino al gol di Cassano rimpiange un po’ il 3-5-2 adottato in corso d’opera in questo Europeo. Chiede a De Rossi, Pirlo e Marchisio di accorciare, far girare la palla più veloce, insomma di giocare. Perché l’Italia dell’allievo deve giocare, perchè dal maestro ha imparato tutto ma non la cultura del catenaccio. Il gol deve essere figlio della manovra e non del fato. È forse anche per questo che in sede di convocazione ha lasciato a casa un ariete da area di rigore. Tira un sospiro di sollievo a fine gara. Vittoria, qualificazione e da oggi Prandelli può mangiarsi un biscotto a colazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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