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A Bruxelles la sfilata delle irresponsabilità

La cacofonia della sfilata dei leader al termine del vertice a sedici di Bruxelles strideva fortemente, ieri sera, con la nota unica, drammatica, proveniente dal mar Mediterraneo, dove migliaia di persone sono recluse in navi ferme in attesa di soccorso. Cosa hanno deciso ieri i Paesi leader dell’Unione europea? Impossibile dirlo, né fermandosi alle frasette diplomatiche ( “passi in avanti”: espressione che non ha senso se non si indica la direzione del passo) né inoltrandosi nei meandri delle allusioni, delle sfumature, delle espressioni. Non hanno rotto, certo: ma era difficile una rottura come una decisione formale, essendo l’una o l’altra affidate al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Ma non hanno sgomberato il cammino comunitario da alcuno degli ostacoli nazionali che, da tutte le parti, i leader o i loro concorrenti interni – è il caso della Germania, con il ministro degli interni che insidia la posizione di Angela Merkel – hanno dispensato a piene mani. Una specie di fiera delle irresponsabilità, che bolla l’attuale classe politica europea a uno dei livelli più bassi della storia dell’Unione.

Un’emergenza reale c’è, dalla nostra parte del mondo. Ma non è dettata dal numero reale delle persone che stanno arrivando o provando ad arrivare. La rotta dei disperati via terra, quella che ha portato un milione di profughi nel centro Europa nel 2015, è chiusa per accordo con la Turchia. Ma anche gli arrivi via mare, in gran parte transitati per l’Italia, si sono ridotti. Se si guardano i numeri, si vede un progressivo calo, dal 2016 al 2017 ai primi mesi di questo 2018: flussi dimezzati dal 2016 al 2017, secondo l’Unhcr, e che si ridurranno ancora del 50 per cento quest’anno. Il che non vuol dire che la pressione sia finita, che la realtà delle guerre e della miseria ai nostri confini non ci sia più. Ma che non c’è, al momento, un’ondata che spieghi uno stato d’allerta e d’emergenza da parte della prima potenza economica mondiale – quale l’Europa unita è. No, l’emergenza reale che c’è è tutta politica: le democrazie europee devono rispondere ai loro cittadini, i quali sono preoccupati, arrabbiati, a volte terrorizzati; ma – come ha detto ieri Macron – cavalcare e ingigantire i timori non serve a risolvere alcun problema. Governare la paura, e non governare grazie alla paura, è compito di leader responsabili; e sarebbe più facile farlo insieme usando tutte le risorse a disposizione, che in non ordine sparso: chi esposto a maggiore pressione perché più vicino alle coste dell’Africa (l’Italia), chi perché più attraente per opportunità di lavoro e benessere (la Germania). È ormai chiaro che le vecchie regole del trattato di Dublino non tutelano né gli uni né gli altri, e in questo il governo italiano dice una cosa giusta, affermando che quel sistema va superato. Potrebbero sottoscriverla anche i tanti che cercano rifugio nel mare, che pensano ingenuamente la stessa cosa che Conte ha scritto: chi sbarca in Italia sbarca in Europa.

Ma così non è, e per cambiare regole ingiuste e inutili è necessario tessere le alleanze giuste e utili. Il nostro attuale governo, nella sua breve vita, ha già rotto ogni possibile alleanza con i nostri vicini del Mediterraneo e con la Germania. Vantando invece floridi rapporti con il gruppo di Visegrad, Ungheria in testa, ossia con quei Paesi che più si oppongono a regole comuni e condivisione degli oneri. Come mettere insieme una coalizione di sovranisti, ciascuno interessato solo ai casi propri? Difficile, com’è irrealistico pensare che tutto si possa risolvere spostando a sud il confine d’Europa e delegando a Paesi instabili, dittatoriali e irrispettosi dei diritti umani la gestione del “problema”. Così, l’Unione rischia davvero di

rompersi e rinnegare se stessa, dopo essere sopravvissuta alle crisi dell’economia, dei debiti sovrani e dell’euro, sull’immigrazione. Cioè, come ha detto ieri il capitano della Lifeline al nostro ministro degli interni, su una questione di “esseri umani”.

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