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Quanto conta un tweet nei destini della nazione


L’ho misurato: non ci sta in un tweet il primo capoverso del discorso con il quale Benito Mussolini annunciò da Palazzo Venezia, il 10 giugno 1940 alle 18, che la vita di ogni italiano sarebbe drammaticamente cambiata da quel momento. Ha 89 caratteri di troppo. Il Duce avrebbe dovuto tagliare qualcosa. Fossi stato il suo consigliere per la comunicazione social, gli avrei consigliato di rinunciare a “... un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria”, prosa roboante che serve solo a introdurre la frase chiave: “La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia”.

Esattamente 78 anni dopo, il 10 giugno 2018, Matteo Salvini, che su Twitter e Facebook fa da sé e bene, non spreca parole quando posta un messaggio con molte maiuscole (“Da oggi anche l’Italia comincia a dire NO al traffico di esseri umani, NO al business dell’immigrazione clandestina. Il mio obiettivo è garantire una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia”) e tutti capiamo che il governo di cui il ministro dell’Interno è l’azionista di riferimento ha scelto il terreno sul quale aprire la campagna di propaganda sul “cambiamento”.

Nell’impossibilità a breve di introdurre il reddito di cittadinanza, di trasformare il sistema di tassazione, di uscire dall’euro, di bloccare l’unica grande opera pubblica – la Tav – in fase di realizzazione, la Lega alza un muro virtuale in modo da spezzare le reni ai profughi e ai maltesi. Costa poco e rende elettoralmente in vista dei ballottaggi del 24 giugno.

Più tardi il nuovo esecutivo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez accetta per motivi umanitari di far attraccare a Valencia la nave dell’organizzazione non governativa Sos Mediterranée carica di disperati salvati nel canale di Sicilia e Salvini stravolge la realtà twittando “Vittoria! 629 immigrati a bordo della nave Aquarius in direzione #Spagna, primo obiettivo raggiunto! #chiudiamoiporti”.

Questa vicenda conferma che le democrazie occidentali, a cominciare dalla nostra, stanno affrontando la dura prova dei social, ossia la deformazione causata dalla comunicazione politica che salta qualsiasi mediazione e meditazione e raggiunge chiunque via Twitter, Facebook e Instagram, con effetti spesso paradossali ma potenzialmente catastrofici. Il piccolo esempio livornese di ieri mattina è illuminante: il sindaco a Cinquestelle Filippo Nogarin scrive su Facebook di essere pronto ad aprire il suo porto ad Aquarius: “Ho già dato la nostra disponibilità al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e ne ho parlato con il presidente della Camera Roberto Fico”. Accidenti, coraggioso, viene da pensare. Invece è subito cortocircuito tra i palazzi del nuovo potere: forse è Luigi Di Maio stesso a cazziare Nogarin, che s’affretta a cancellare il post “per non creare problemi al governo”. A uscirne incrinate sono le credibilità dei protagonisti del siparietto e delle istituzioni.

La comunicazione dei politici attraverso i social sta travolgendo diplomazie, cautele, programmi, trattati. A livello globale. Nel weekend Donald Trump, in volo verso Singapore per incontrare il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, twitta: “Sulla base delle false dichiarazioni di Justin (Trudeau, primo ministro canadese ndc) e del fatto che il Canada sta caricando il peso di enormi tasse su agricoltori, lavoratori e società statunitensi, ho incaricato i nostri rappresentanti di non approvare il comunicato finale (del G7 ndr)...”. Un fallimento diplomatico dalle conseguenze incalcolabili.

Il presidente americano influisce sulle sorti del mondo attraverso il suo smartphone dopo aver visto i talk show mattutini di Fox News. Più dei report di Cia e Nsa conta quanto dice un

conduttore tv, che ha buone probabilità di influire, attraverso i tweet presidenziali, sulle agende dei leader globali. È un trend che nessuno può invertire e che i più bravi a sfruttare sono quanti preferiscono la propaganda all’azione. Come Salvini.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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