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Addio a Philip Roth. Romanzo della borghesia paradigma universale


Nessun romanziere contemporaneo – non del passato, si pensi alle monumentali produzioni di Balzac, Simenon, Hemingway – ha scritto e pubblicato al ritmo di Philip Roth. Una trentina di opere che i critici si sono preoccupati di suddividere in categorie inevitabilmente rigide, dalle autobiografie a puntate dei suoi alter ego Zuckerman, Kepesh e Nemeses ai racconti politici grotteschi, dalle saghe familiari alle descrizioni della passione nelle diverse fasi della vita. In tutti si ritrovano, prepotenti, alcuni tratti comuni: il ruolo delle pulsioni sessuali soprattutto maschili, il rapporto mai risolto tra figli e genitori, la forza delle radici, che nel caso di Roth deriva dall’essere ebreo e, insieme, laico e americano. Non ogni suo libro è un capolavoro. I più citati sono quelli che hanno avuto alle trasposizioni cinematografiche, “Il lamento di Portnoy”, “La macchia umana”, “Indignazione” e “Pastorale americana”. Ma non ce n’è uno, tra i suoi romanzi, che non lasci un segno profondo a seconda della sensibilità e della predisposizione del lettore. E, soprattutto, della sua età. Una caratteristica unica di Philip Roth, infatti, è la capacità di raccontare dal vivo il suo mondo, che negli ultimi decenni s’era definitivamente collocato tra Newark e Manhattan, rendendolo un paradigma dei molteplici analoghi mondi borghesi occidentali: un’universalizzazione del particolare che ha trasformato in un atteso evento l’uscita di ogni suo romanzo. Ovunque.

È il mio caso. Sono invecchiato leggendo avidamente ciascuna nuova opera di Philip Roth. Perché con lo scorrere del tempo il suo punto di vista si modificava così come il mio, nel suo caso senza perdere mai in acutezza, lucidità e introspezione. Dal 1993 (“Operazione Shylock”), quand’aveva 60 anni, fino al 2012 il mancato premio Nobel (secondo me, una fortuna che gli ha evitato la mummificazione in vita) ha scritto a ritmo sempre più incalzante: a partire da “Everyman”, 2006, addirittura un romanzo ogni anno. Dal sesso e la politica, le tematiche dominanti «sono diventate le devastazioni dell’età e l’avvicinarsi della morte», come ha scritto ieri il New York Times. Poi, a 79 anni dichiarò di aver esaurito la capacità di raccontare.

La mia passione per Roth nasce negli anni Novanta, quando mi capitò di leggere “Patrimonio”. Una storia vera, un’opera che i critici dell’epoca osannarono, ma che il pubblico ha un po’ sottovalutato. Per me fu una sorta di terapia. In quel periodo mio padre era malato (è morto nel 1997) e Roth si trovò a scrivere – a mio personale favore, ebbi a pensare – di Hermann, 86 anni, vedovo, ex assicuratore di successo che il figlio accompagna alla ricerca di cure efficaci contro il tumore al cervello che l’ha colpito o almeno ne allevino gli effetti secondari. È l’occasione per ripercorrere la sua vita, i suoi errori, i suoi affetti. Per ricordarne la forza e l’allegria. Per ringraziarlo, solo descrivendo com’era, di quel che sta per lasciare a chi gli sopravviverà: un patrimonio, appunto, di esempi e insegnamenti. Hermann era suo padre.

I passaggi successivi con Philip Roth non furono mai letture da ombrellone, tra una chiacchiera e un tuffo. Non si può affrontare con leggerezza “Pastorale americana” (1997), che tratta argomenti che l’Italia degli anni Settanta conobbe bene come il terrorismo, e nemmeno “La macchia umana” (2000) oppure “Ho sposato un comunista” (1998).

Ma il libro che mi lasciò tramortito fu “L’animale morente” (2001), racconto della passione di un anziano docente di critica letteraria e indefesso libertino, David Kepesh, per una studentessa di origine cubana, Consuela. Che ritroverà qualche anno più tardi, malata di cancro. Questo il dialogo di quell’incontro: «L’abbracciai, dunque, e lei abbracciò me,

e lasciò che prendessi la pelliccia, e io dissi. “Il cappello? Il fez?”’e lei disse: “Meglio di no. La sorpresa sarebbe troppo grande”. Io dissi: “Perché?”. E lei disse: “Perché sono malata”». C’è tutto in 230 battute: altro che un tweet.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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