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IL COMMENTO: IL CALCIO DEI GIUSTI 

Se il pallone conosce solo la cultura dell’odio

Striscioni pro Heysel, Superga o Vesuvio, bare con i nomi degli avversari, feste che non riconoscono il valore degli avversari e sconfitti che non stimano i  vincitori. Proprio come in guerra perché questa è una guerra. Questo è un mondo dove deficienti e delinquenti vanno a braccetto e qualche volta  sono entrambe le cose, vivono e prosperano grazie alle connivenze con dirigenti poco attenti alle regole

È una differenza sottile, quella che c’è tra “con” e “contro”, ma è sostanziale. E rappresenta l’essenza del problema principale di questo devastato italico pallone, attorniato dai debiti miliardari e dalle incertezze legate ai soldi dei diritti tv.

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Il calcio non è stato capace fino in fondo di liberarsi del peggior passato. È come se dopo il fascismo, quelli che davano l’olio di ricino e ammazzavano gli oppositori avessero continuato ad apparire in tv a dare consigli insieme con il cattivo esempio. Il calcio non ha saputo fare questo, ostentando scudetti cancellati e dirigenti legati all’epoca del malaffare, non ha saputo fissare un confine netto fra arbitro e arbitrìo



Il nodo è proprio questo: non si gioca più “con” un avversario ma “contro”. Ormai chi vince quasi mai ha il rispetto dei battuti, proprio come in guerra, perché questa di fatto è guerra. È un mondo dove deficienti e delinquenti vanno a braccetto e qualche volta sono entrambe le cose, vivono e prosperano grazie alle connivenze con dirigenti poco attenti alle regole. È un ambiente malato, quello che ad esempio macchia una bella festa scudetto con l’esposizione di bare con i colori della squadra battuta e con i nomi dei giocatori avversari, che invece di gioire inneggia al Vesuvio o a Superga. O, in altri stadi, irride le vittime dell’Heysel. L’unico presidente al quale si deve dare atto di un bel “fucking idiots” a quei tifosi che rovinano tutto è l’imprenditore statunitense che guida la Roma, James Pallotta. Gli altri o fanno gli gnorri, evitando ad esempio di capire come siano entrate le bare con il nome di Insigne alla festa Juve, o riducono a ragazzate le pesanti azioni ultrà. I più si lasciano andare a galattiche sciocchezze («sono cose che non c’entrano niente con il calcio») e minimizzano i cori definiti “discriminazione territoriale” che in realtà sono razzismo punito con multe ridicole. In ben 12 su 19 trasferte del Napoli le società di casa sono state punite per questo e almeno altre tre volte gli arbitri hanno fatto finta di niente. La norma imporrebbe di fermare le partite, nessuno lo fa perché i prepotenti hanno vinto. Nel nostro calcio è impossibile vedere Rafa Nadal che abbraccia Roger Federer dopo aver perso il punto decisivo. Qui i vincitori non capiscono che è il valore dei vinti a dar lustro ai trionfi, qui i vinti non si fidano più perché pensano che ci sia un “sistema” senza pari opportunità. Che sia vero o no, in sé è un bel casino.

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Squadre che hanno due, tre (e in un caso anche sette) giocatori in prestito nella stessa serie, una società che assume il fratello di un arbitro e la figlia di un dirigente di un’altra, scuderie di procuratori con interessi trasversali: mille conflitti di interessi che invece diventano legali. E che dire dello scontro fra l’allenatore dell’Atalanta e il capo degli arbitri? C’è aria da ultimi giorni di Pompei...



Prendete l’addio al calcio di Gigi Buffon, immenso portiere sul campo, disastroso in molte “uscite” fuori. Sabato gli hanno tributato una festa di raro carico emotivo. Nulla, anche la disastrosa e recente castroneria del «bidone al posto del cuore», può negare i meriti sportivi di un portiere che ha fatto storia. Il vero problema però non è Buffon; è chi, da una parte, lo vuol elevare a modello assoluto o, pensando di fargli un favore, lo vuol paragonare a se stesso (Luciano Moggi). E chi, dall’altra, vuol sindacare tutto, perfino le sue scelte sentimentali. Dunque un doppio carico di arroganza e ignoranza che rovina una festa e magari non tiene conto della parata più bella fuori dal campo di un portiere che avrà sì combinato mille sciocchezze ma ha perso 20 milioni investendo nella Zucchi senza aver mai pensato di licenziare qualcuno pur di limitare i danni. Quelle 1.200 famiglie alle quali non ha ucciso il futuro rappresentano uno schiaffo a chi ha fatto piombare il lavoro in fondo alla scala di valori e diritti. Le critiche sul resto non si cancellano ma questo è più che un buon esempio: è un atto di rispetto per il calpestatissimo articolo 1 della Costituzione.

twitter: @s_tamburini

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