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Formazione del governo: il dilemma di Matteo, trattare o tradire?

Ma allora, tradisce o no? Matteo si fa Giuda e se ne va da solo con Giggino, o resta fedele a Silvio e all’alleanza? Insomma, è ancora possibile un governo Cinque Stelle-Lega e basta – i numeri ci...

Ma allora, tradisce o no? Matteo si fa Giuda e se ne va da solo con Giggino, o resta fedele a Silvio e all’alleanza? Insomma, è ancora possibile un governo Cinque Stelle-Lega e basta – i numeri ci sarebbero – o l’idea è stata archiviata per sempre assieme alla generosa esplorazione di Maria Elisabetta Alberti Casellati? Facile chiedere, impervio assai rispondere. Per tentarci, andiamo in ordine.

Sui veti reciproci non c’è molto da aggiungere, sapete già tutto: Di Maio non vuole Berlusconi («Male assoluto», secondo Di Battista, ala estrema del movimento); Salvini non vuole il Pd («Mai!»); Berlusconi non vuole i 5S («A Mediaset pulirebbero i cessi», o mamma mia!); il Pd non vuole nessuno, per ora, o almeno così dicono i big. Amen. Dunque, “stallo”, e come in certi giochi tocca ritornare al punto di partenza. Ora, secondo il codice quirinalizio, non scritto ma formatosi in settant’anni di Repubblica, dopo aver verificato – via Casellati – che una maggioranza destra-5S non c’è, bisognerebbe vedere se l’altro forno è aperto, compito esplorativo che dovrebbe toccare adesso al presidente della Camera, quel Roberto Fico istituzionalizzato quanto volete, ma da sempre rappresentante di quella parte del Movimento che non digerisce alleanze di governo. Soli, duri e puri. Allora?

E però i codici antichi non bastano più a districarsi in questa crisi anomala figlia di un voto anomalo, e chissà se lunedì, dopo la pausa di riflessione che si è preso il buon Mattarella andrà come si dice. In altri tempi, per esempio, le parole in crescendo di Salvini avrebbero sottinteso un messaggio chiaro. Mercoledì ha chiesto l’incarico per sé: «Ora tocca a me»; giovedì mattina, prima di avventurarsi tra gli stand del Salone del Mobile di Milano, ha insistito: «Scendo in campo in prima persona per evitare la fregatura del governo tecnico»; infine, tra un divano e una lampada di design, ha chiarito: «Voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato partendo da una coalizione che ritenevo e ritengo compatta. Se qualcuno se ne tira fuori insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno». Una volta avremmo tradotto: ce l’ha col Cav. che tradisce il voto e sogna un patto col Pd, un Nazareno bis; Salvini vuole l’incarico ed è pure pronto a mollare i suoi sodàli del centrodestra perché ha già in tasca un accordo con i 5S. È così? E chi lo sa, magari è ancora e solo tattica, il tentativo di spingere il centrodestra a mettere in minoranza il suo ventennale azionista di riferimento. Oppure si sente ancora in campagna elettorale e spera che i due prossimi appuntamenti – il Molise domani e il Friuli tra una settimana – certifichino un’ulteriore ascesa della Lega e gli regalino una carta in più per convincere i suoi alleati ad accettare un governo con i 5S. Va’ a sapere. In verità, divorziare da Berlusconi sarebbe per Salvini un passo azzardato. Per molte ragioni. La prima è che dovrebbe sedere al tavolo delle trattative con i nipotini di Grillo non con la forza del 37 per cento dell’intera alleanza, ma con il suo pacchetto di voti che pesa più o meno la metà del suo ipotetico nuovo alleato: niente Palazzo Chigi e autonomia dimezzata. Un prezzo alto. La seconda sono le Regioni e i Comuni conquistati e governati, specie nel Nord, dall’alleanza unita: romperla a Roma avrebbe immediate ripercussioni anche in periferia.

Poi c’è un altro elemento, anch’esso importante: questa legge elettorale è per un quarto uninominale, significa che deputati e senatori della Lega sono stati eletti in queste liste con l’appoggio determinante degli alleati. Mica facile prendersi i voti da loro e poi mollarli facendo finta di niente. E infine scatterebbe la campagna di denigrazione – traditore, traditore! – che si abbatterebbe su Matteo-Giuda con la violenza e i mezzi che Berlusconi è capace di orchestrare da maestro. Allora, tradire o no? È il dilemma che Salvini tiene aperto perché, pensa, non ha nulla da

perdere: se convince B. e Di Maio ha stravinto; se perde e si accende l’altro forno, si apre per lui una nuova stagione di opposizione dalla quale conta di cogliere altri frutti. Intanto, però, il Paese aspetta da giorni. Lunedì saranno quarantanove...

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