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IL COMMENTO 

Italrugby, come dare un senso a una (buona) sconfitta

Adesso il nostro rugby è di fronte a un bivio: accontentarsi di questo “saper stare” con le più brave o ripartire da qui e  andare oltre. Le lacrime e la rabbia di ieri, la sana incoscienza di alcuni debuttati di talento e le grandi prove dell’Under 20  danno seguito a ciò che ripete il ct Conor O’Shea da un po’ di tempo: «Lavoriamo sul lungo termine, non sul breve» 

No, non c’è il lieto fine: quella sporca ultima meta è solo un calcio piazzato ma tanto basta per mettersi di traverso al sogno azzurro di spezzare la lunga scia di ko. Finisce con lacrime e orgoglio, con 60mila spettatori in piedi ad applaudire. Se c’è la sconfitta consecutiva numero 17 c’è anche l’abbraccio di un pubblico che ha capito che dietro alle mancate vittorie (sempre contro le big) c’è molto di più, specie se son come queste.

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La differenza è un dettaglio ma nello sport di alto livello i dettagli sono il confine fra percepire il trionfo all’orizzonte e vederlo sfumare. La Scozia che ieri si è salvata all’ultimo piazzato è la stessa che ha battuto Francia e Inghilterra, che è sesta nel ranking mondiale a un centesimo di punto dal Sudafrica. All’inizio della ripresa ha vacillato sotto la spinta della squadra azzurra, incapace di “finire” un avversario in crisi. L’esperienza, l’abitudine a frequentare incroci del genere conta. E alla fine l’Italia ha pagato essenzialmente questo.

Adesso il nostro rugby è di fronte a un bivio, l’ennesimo della sua storia: accontentarsi di questo “saper stare” con le più brave o ripartire da qui e andare oltre. Le lacrime e la rabbia di ieri, la sana incoscienza di alcuni debuttati di talento e le grandi prove dell’Under 20 danno seguito a ciò che ripete il ct Conor O’Shea da un po’ di tempo: «Lavoriamo sul lungo termine, non sul breve». Le franchigie italiane hanno cominciato a farsi valere nel teatro del Pro14 e da lì si è cominciato a ricostruire ciò che non è mai esistito e che di fatto si è basato su talenti di grande qualità capaci di farci reggere il proscenio fino al 2013. Ma oltre non si poteva andare. Uno come l’immenso capitano azzurro, Sergio Parisse, ieri ha toccato il record di presenze nel torneo: 65, al pari della leggenda Brian O’Driscoll. Fisicamente non è al massimo, per via dei postumi di un infortunio, ma gioca con l’animo di un ragazzino, mette la sua esperienza al servizio di una squadra che ne ha più che bisogno. Dopo la partita faceva fatica a trattenere le lacrime, perché vincere avrebbe dato un senso diverso a questo tentativo di crescita dell’intero movimento. Se però, a quel famoso bivio, gli azzurri sapranno imboccare la strada giusta, allora si potrà dire che questa è stata una sconfitta di successo.

twitter: @s_tamburini

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