Quotidiani locali

Don Luigi Ciotti: «Il lavoro è l’antidoto alle mafie»

Il presidente di Libera: «In Italia c’è chi paga il pizzo prima che gli sia chiesto»

Mafie, Don Ciotti: "Abbiamo bisogno di una memoria viva che si traduca in impegno" Il 21 marzo Libera celebra la XXIII Giornata della memoria delle vittime innocenti delle mafie: la piazza centrale sarà a Foggia, ma saranno coinvolti 4mila luoghi in tutta Italia. La memoria viva invocata da Don Ciotti attraverserà persino i confini dell'Europa, approdando in America Centrale e Latina: da Città del Messico a Bogotà. "Le mafie sono presenti ovunque sia possibile arricchirsi illegalmente o in maniera formalmente legale con capitali illeciti", spiega il presidente di Libera (di Andrea Scutellà)

ROMA. Una giornata, la ventritrésima, per ricordare le vittime innocenti delle mafie. Il presidente di Libera Don Ciotti la celebrerà il 21 marzo a Foggia, per dare voce a un territorio perseguitato da organizzazioni criminali pericolose e sottovalutate: le mafie della Capitanata. Ieri ha incontrato 500 familiari di persone colpite dai clan, giunti nel Tavoliere in rappresentanza di circa 15mila parenti che condividono il loro dolore. Il ricordo contagerà altri 4mila luoghi: da Roma a Sarzana, da Pisa a Mantova, attraversando i confini d’Europa per arrivare fino in America Latina.

Qualche mese fa l’omicidio di due contadini testimoni involontari di una faida ha acceso i riflettori sulla mafia del Gargano. Nasce da qui la scelta di Foggia per il 21 marzo?

«No, risale al maggio scorso, prima degli omicidi dei fratelli Aurelio e Luigi Luciani. È da tempo che Libera denuncia il problema. Quello delle mafie della Capitanata nelle loro “varianti” foggiana, cerignolana, garganica, è stato certo un fenomeno sottovalutato. Basti pensare che proprio ai suoi albori, alla fine degli anni ‘70, venne scambiata per una faida pastorale. Sono in realtà mafie con una notevole lucidità strategica, violente fino alla brutalità, ma anche capaci di un capillare radicamento socioculturale. Tanto che alcuni magistrati hanno parlato di “estorsione ambientale” per definire l’atteggiamento di alcuni imprenditori che hanno pagato il pizzo prima che gli venisse espressamente richiesto, considerandolo alla stregua di una polizza».

I fratelli Luciani sono tra le 970 vittime innocenti delle mafie. Quanto è importante, oggi, ascoltare le loro storie?

«È fondamentale. Abbiamo bisogno di una memoria viva, che si traduca in impegno e in responsabilità. Perché non dobbiamo dimenticarci che accanto a chi muore fuori, a chi viene assassinato, ci sono coloro che muoiono dentro. Sta a noi non lasciare soli i familiari. Perché rischiano di diventare vittime a loro volta della nostra indifferenza e rassegnazione».

In che zone insistono oggi le mafie più pericolose?

«Le mafie sono presenti dovunque sia possibile arricchirsi illegalmente o in modo formalmente legale con capitali illeciti. Oggi sfruttano nuovi e redditizi mercati come quello agroalimentare, della ristorazione, del doping, del gioco d’azzardo legale e dei rifiuti tossici. Per la sua capacità di penetrazione e radicamento, non solo in Italia ma all’estero – come raccontano le recenti notizie dalla Slovacchia e l’omicidio del giornalista Jan Kuciak – e per il fatto di dominare il mercato della droga, la ‘ndrangheta calabrese è senz’altro la mafia più potente e pericolosa».

Un anno fa le scritte a Locri: “Don Ciotti sbirro”. Come le rivede oggi, ad un anno di distanza?

«Come le vidi allora: il segno che quello che fa non don Ciotti ma oltre 1.600 associazioni che si riconoscono nell’impegno di Libera, disturba i mafiosi e i loro complici. Quanto all’appellativo di “sbirro”, era e resta un complimento. Quelli che i mafiosi chiamano “sbirri” sono persone al servizio dello Stato, cioè di tutti noi. Ho verso queste persone un grande debito di gratitudine».

Nelle analisi post-voto c’è chi ha sostenuto che il Sud ha votato il Movimento 5 Stelle per la proposta del “reddito di cittadinanza”. Libera propone da anni un “reddito di dignità”. Cosa ne pensa?

«Sono semplificazioni che non danno conto di una realtà complessa. In trent’anni di frequentazione assidua ho imparato a conoscerla nei suoi drammi, ma anche nella sua voglia di riscatto: c’è chi non chiede assistenzialismo ma lavoro e opportunità. Quanto al reddito di dignità, è indirettamente uno strumento di lotta alle mafie, ma è innanzitutto una misura di giustizia sociale. Ed è un mezzo, non un fine: si tratta di garantire condizioni minime di sostentamento affinché le persone siano messe in condizioni di lavorare, accorciando le distanze economiche e sociali che ci rendono una società fragile, frammentaria e impaurita. L’ultimo governo ha fatto un passo in questa direzione con il “reddito d’inclusione”, anche se tocca solo un terzo delle famiglie che vivono in povertà assoluta».

Le mafie danno lavoro, l’antimafia no. Quanto è pericoloso questo luogo comune?

«Si, una delle scritte apparse un anno fa diceva anche “più lavoro, meno sbirri”. Ora, da sempre Libera afferma che il lavoro, insieme alla cultura, all’istruzione e alle politiche sociali, è il primo antidoto alle mafie. Ma dev’essere un lavoro onesto, tutelato da diritti, non certo quello procurato dalle organizzazioni criminali, che è una concessione che implica sempre una servitù, una fedeltà imposta, una reverenza timorosa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PERCORSI

Guida al fumetto: da Dylan Dog a Diabolik