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M5s perno del sistema ma un'alleanza è difficile

M5s perno del sistema ma un'alleanza è difficile

L'opinione

Un terremoto politico, quello che esce dalle urne. Vincono M5S e Lega. Perdono il Pd, Leu ma anche Forza Italia. Vince, soprattuto, la protesta. In versione leghista o pentastellata. Contro l’Europa, la gestione dell’immigrazione, la precarietà, la legge Fornero, i redditi bassi, l’establishment, vero o presunto. Un risultato che, però, non produce stabilità. Non a caso nessuno ha la maggioranza per governare. Anche se entrambi i vincitori reclamano l’incarico da Mattarella.

I Cinquestelle ottengono un successo strepitoso, tingendo di giallo il Sud ma anche pezzi di Centro e di Nord. Capitalizzando la diffusa insoddisfazione degli italiani, diventano il primo partito. Ora i pentastellati sono il perno del sistema politico e nessuna soluzione può prescindere da loro. Anche se non sarà facile per il Movimento assicurare governabilità. L’unica soluzione di legislatura sarebbe un governo con la Lega, ma la politica non è pura sommatoria di numeri. I punti di contatto, in termini di programma più che di composizione sociale dell’elettorato, tra Salvini e Di Maio ci sono, ma M5S e Lega sono concorrenti anche territorialmente. La mappa politica dell’Italia del nuovo bipolarismo gialloverde, parla chiaro. I due vincitori possono convergere sull’immigrazione, ma la flat tax non è compatibile con reddito di cittadinanza e politiche neokeynesiane. I Cinquestelle preferirebbero il sostegno ancillare della sinistra derenzizzata a un’alleanza con la Lega ma la stessa entità della sconfitta dovrebbe scoraggiare i democratici da ulteriori pulsioni suicide.

Quanto alla destra, ormai a trazione leghista, nemmeno Salvini ha interesse a un’alleanza organica con Di Maio. La Lega non più Nord ha superato Forza Italia, rovesciando i rapporti di forza tra i due partiti. Berlusconi esce duramente sconfitto dal voto: non può più essere il garante europeo di Salvini, vero oggetto di scambio della sua ritrovata agibilità nel Ppe, e nemmeno dare il via libera a quel governo con Renzi che doveva seguire la non vittoria di nessuno: esito fin troppo prevedibile del nefasto Rosatellum. Il tracollo renziano ha, però, messo all’angolo anche il Patriarca deciso a prolungare il suo infinito autunno. Il 4 marzo segna la fine politica del Cavaliere, incapace di trasformarsi in subalterno scudiero dell’alleato che lo ha disarcionato.

Il crollo del Pd è drammatico. A nulla è servito mettere in campo i ministri. Quasi tutti hanno perso il confronto nell’uninominale. Persino Minniti a Pesaro contro il candidato grillino già fuori dal Movimento: segno che gli elettori hanno votato “contro”, scegliendo il simbolo e non le persone. Nell’Italia rossa che fu colpisce anche la vittoria della Lega nella Macerata segnata dai colpi di pistola del “giustiziere” neroverde Traini. Reazione clamorosa che manda a dire: “il problema, comunque, esiste! ” .

Una sconfitta che conduce, inevitabilmente, alle dimissioni di Renzi che, dopo le europee, ha perso tutte le tornate elettorali che contano, dimezzando il consenso dem. Del resto, il Fiorentino ha snaturato il partito, cancellando la sua identità fondativa senza dargliene una nuova; ha mutato i soggetti sociali di riferimento senza ricavarne alcun vantaggio; ha voluto, e perduto, il referendum costituzionale; non ha sfondato a destra né ridimensionato il M5S. Con una leadership in caduta libera, il Pd non poteva sperare di reggere l’onda lunga della protesta.

Anche se il problema non è solo Renzi, ma la difficoltà dell’intera sinistra europea a emanciparsi dalle parole d’ordine del liberismo globale. Come dimostra lo stesso deludente risultato di Liberi e Uguali. Le scissioni

tardive, o percepite come mere operazioni di ceto politico, non funzionano: quelli che non volevano più sostenere il Pd hanno in larga parte votato M5S. Gli italiani chiedevano protezione e l’hanno cercata in chi pareva loro prometterla con più forza.

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