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Pd, le dimissioni "congelate" di Matteo Renzi

Il segretario dem lascerà la carica soltanto dopo la formazione del governo (che è di là da venire). E attacca velatamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che gli impedì di andare al voto nel 2017

ROMA. Mentre annuncia le dimissioni, le congela (per la seconda volta). Mentre ammette la sconfitta, scarica le responsabilità. Doveva essere il giorno dell'autocritica per Matteo Renzi. Si è trasformato nell'ennesima occasione per elencare le cause esterne del fallimento: il risultato del referendum, gli estremismi, i tecnicismi, chi gli ha impedito di andare al voto nel 2017 (leggi: il presidente Mattarella), la preferenza irrazionale di chi ha eletto a Pesaro un candidato cinquestelle sconfessato dal leader Luigi Di Maio, invece del ministro Marco Minniti.

Elezioni, Renzi: ''Lascio segreteria Pd, ma congresso dopo formazione governo'' "Come previsto dallo Statuto ho già chiesto al presidente del Pd Orfini di convocare un'assemblea nazionale per aprire la fase congressuale al termine dell' insediamento del Parlamento e della formazione del governo". Così Matteo Renzi al Nazareno, annunciando l'intenzione di lasciare la guida del Pd dopo il disastroso risultato ottenuto dai dem in questa tornata elettorale. "Non credo sia possibile evitare un confronto vero dentro il Pd su ciò che è accaduto in questa campagna elettorale, in questi mesi, in questi anni. Sarà il caso di fare un congresso serio e risolutivo, non uno che si apre e non finisce mai, ma uno che permetta al leader di fare ciò per cui è stato eletto."

L'attesa estenuante. Dopo un'attesa di 19 ore, Renzi si presenta alla sala stampa del Nazareno. Già verso le 22 del 4 marzo, in realtà, arriva nella sede del Pd alle spalle di piazza di Spagna a Roma, divenuta celebre per l'accordo con Berlusconi sulle riforme. Si attende una conferenza dopo i primi exit poll: pare che per mezzanotte e trenta qualcuno debba parlare. Ma nulla di fatto. Renzi resta barricato con Lotti e i suoi fedelissimi. In mattinata i risultati sono ormai chiari. Iniziano a circolare i primi rumors sulle dimissioni del segretario. Il suo portavoce smentisce. E annuncia una conferenza stampa alle 17.

"No a un reggente scelto da un caminetto". Dalle 17 ci vorrà ancora un'ora e mezza prima che il segretario si presenti in davanti alle telecamere. Subito mette in chiaro che davanti ad una "sconfitta chiara ed evidente" è "doveroso aprire una pagina nuova". Renzi lascia la guida del Partito e chiede al presidente Orfini di convocare l'assemblea nazionale. Ma pone due condizioni: "No a un reggente scelto da un caminetto, sì a un segretario scelto dalle primarie" al termine "della fase di insediamento del nuovo Parlamento e della formazione del governo". Di fatto le dimissioni sono rimandate a data da destinarsi, perché non sarà facile formare un governo in un Parlamento che attualmente non ha una maggioranza.

L'attacco a Mattarella. In realtà tra l'espressione "sconfitta chiara ed evidente" e la parola "dimissioni", c'è tutto Matteo Renzi. Per l'ex premier la causa di ogni male è il Referendum costituzionale perso, che lo ha costretto a rimettere il mandato da presidente del Consiglio (anche in quel caso, con dimissioni congelate). "In questa campagna elettorale - aggiunge - siamo stati fin troppo tecnici. Se a questo si somma l'evidenza di un vento estremista che nel 2014 siamo riusciti a incanalare, comprendiamo come il risultato sia davvero deludente". E non è finita qui. Perché tra gli errori che Renzi finge di attribuirsi c'è anche quello "di non votare in una delle due finestre del 2017 in cui si sarebbe potuta imporre una campagna sull'agenda europea". Contrario a quell'opzione, caldeggiata dal segretario dem, era in realtà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alla fine l'ex premier si assolve: "Restituiamo le chiavi di una casa che è molto più in ordine e tenuta bene".

Elezioni, Renzi: "No a inciuci, il nostro posto è all'opposizione" "No inciuci, no caminetti, no estremismi. Il Pd non diventerà la stampella di un governo anti sistema, il nostro posto in questa legislatura è all'opposizione". Così il segretario del Pd Matteo Renzi, in conferenza stampa al Nazareno, commenta i risultati del Partito democratico alle elezioni, ricordando "tre elementi che ci seraparano da Salvini e da Di Maio: il loro antieuropeismo, l'antipolitica e l'uso dell'odio verbale".

I tre no del Pd. Sul futuro Parlamento Renzi non ha dubbi: il posto del Pd è all'opposizione. "Siamo qui per dire tre no: no ai caminetti, no agli inciuci e no agli estremismi. Chi ha la forza per governare, se ne è capace, lo faccia. Noi faremo sempre il tifo per l'Italia, saremo responsabili nel dire dei sì, ma anche dei no. Faremo un'opposizione che non si attaccherà alle fake news, che non pedinerà gli avversari e non si piegherà alla cultura dell'odio". Come a dire, ora la palla passa a Di Maio e Salvini. Ma quella delle politiche 2018, non è l'ultima partita della carriera di Matteo Renzi.

 

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