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Unione europea e Balcani, i problemi della road map

Europa ed Est Europa, la questione è aperta più che mai. Il lento distacco degli ex Paesi del blocco sovietico dalle politiche comunitarie di Bruxelles è sempre più forte, il post-comunismo ha lasciato un sentimento di rivalsa tramutatosi col tempo in nazionalismo – talvolta anche violento al punto da sfociare nell’antisemitismo. Oggi i sentimenti a Est sono prevalentemente di populismo, demagogia e forte indipendenza identitaria. In una parola: antieuropei. Una situazione difficilmente digeribile dall’Unione Europea, già costretta a fare i conti con le diverse visioni e prospettive dei Paesi fondatori, in particolare dopo Brexit. Tuttavia i piani per allargare i propri confini l’Ue li ha, e sta facendo di tutto per realizzarli.

In agenda il prossimo passaggio riguarda l’ingresso di Serbia e Montenegro, che stando ai piani di Bruxelles è previsto entro e non oltre il 2025. Due Paesi così vicini e così distanti, che non a caso dopo la dissoluzione della Jugoslavia sono stati assieme quale unica nazione fino al 21 maggio 2006, quando il Montenegro in seguito a un referendum divenne uno Stato indipendente. Proprio il Montenegro, nel processo di avvicinamento all’Europa, sembra un passo avanti. Guidato dal presidente Filip Vujanovic, espressione del Dps, il Partito democratico dei socialisti, può contare su una certa continuità politica di governo, dal momento che proprio il Dps, forza progressista, socialdemocratica ed europeista, ha la maggioranza ormai dal 2003.

La Serbia è invece guidata dal Partito progressista, una forza politica nazionalconservatrice e di stampo populista, che tuttavia non solo è aperta alle regole dell’Ue, ma che si dimostra attenta ad alcune tematiche solitamente avversate dalle forze di destra in una regione balcanica spesso teatro di violenze contro gay e lesbiche. Il primo ministro serbo, infatti, è da giugno dello scorso anno, per la prima volta nella sua storia, una donna. Ana Brnabic, economista ed europeista, dichiaratamente omosessuale. In apparenza, quindi, la strada per l’ingresso nell’Unione europea di Serbia e Montenegro appare in discesa, anche se i nodi da sciogliere, tra avanzate dell’ultradestra e riconquiste dei territori, sono molti, non banali e soprattutto non riguardano, scendendo nel dettaglio, solo questi due Paesi. Se è storico il non riconoscimento del Kosovo da parte della Serbia, è sempre più accesa la querelle tra Atene e Skopje sul nome della Macedonia, per non parlare del forte diniego da parte della Spagna – Catalogna docet – a riconoscere il Kosovo come Stato indipendente.

C’è poi l’avanzata dell’estrema destra. Alle ultime elezioni serbe, il partito di ultradestra e antieuropeista di Vojislav Seselj ha sfiorato il 10%, tornando prepotentemente a occupare scranni del Parlamento dopo 8 anni di assenza. In Montenegro l’estrema destra è meno radicata e l’integrazione delle minoranze è garantita nell’Assemblea dalla rappresentanza di politici bosniaci, croati, albanesi e serbi. Ma basta guardare poco fuori dai confini per capire che la democrazia tanto faticosamente guadagnata è a rischio.

Tuttavia, la volontà dell’Ue è quella di non cedere, e giustamente, continuare ad aprirsi ai Balcani. Consapevoli che fare entrare gli Stati dei Balcani nella Ue vuol dire anche sanare definitivamente il dolore delle guerre della ex Jugoslavia. Dunque non solo Serbia e Montenegro ma, pur tra mille ostacoli, anche Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Macedonia. Aumentando gli investimenti sul territorio – un miliardo di euro solo nel 2018 - questo prevede la cosiddetta Strategia per i Balcani della Commissione europea. L’Europa conta di migliorare le politiche di sicurezza, integrazione e rapporti con l’estero.

Speriamo che basti, per unificare un’area tormentata, fortemente identitaria, orgogliosa delle proprie radici e della sua indipendenza. Consapevoli che l’Europa è sviluppo economico ma, principalmente, democrazia e diritti.

@degirolamoa

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