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Trump. I conti della Casa Bianca e l'equilibrio del terrore

L'opinione

È tornata la Guerra Fredda? Da qualche tempo, grazie all’imprevedibilità delle mosse di un’America guidata ormai da più di un anno da Donald Trump, la domanda incombe sul pianeta e si declina lungo una serie di episodi. Ultimo, in ordine di tempo, il bombardamento Usa in Siria sulle truppe di Assad, una faccenda assai complicata e forse anche grottesca, non ci fossero di mezzo – dice la propaganda di regime – qualche centinaio di morti. Dai resoconti non si capisce bene il perché del raid: i siriani colpivano davvero a cannonate le formazioni arabo-curde sostenute da “istruttori” americani, i quali avrebbero richiesto la “copertura aerea”, subito fornita con elicotteri e jet o la decisione è stata presa dagli alti comandi Usa, che ne avrebbero informato i pari grado russi, ottenendo un via libera? È vero che la autentica posta in gioco degli opposti schieramenti è il controllo della più ricca zona petrolifera del paese? E perché soltanto pochissimi osservatori hanno rilevato che in contemporanea con l’aviazione di Washington, e in qualche modo schermata da quest’ultima, ha agito una pattuglia di jet israeliani colpendo con la solita precisione gruppi di Hezbollah sciiti finanziati da Teheran e schierati con l’esercito siriano?

Stanco di sentir ripetere che a causa sua l’America ha ceduto il controllo sul Medioriente a Vladimir Putin (accusa rivolta peraltro spesso anche a Obama), l’attuale, incontinente Commander in Chief ha voluto battere un pugno sul tavolo, per notificare al Cremlino che basta. Ormai si parla sempre più spesso di un fronte comune fra Russia, Turchia e Iran, già convocati a Istanbul per spartirsi le spoglie dei territori bonificati dai seguaci del Califfo, e per creare in prospettiva un contraltare allo strapotere saudita imperniato sulla ricchezza, sulle complicità sotterranee con il jihadismo, sull’incrollabile benevolenza di Washington. Il tutto ravvivato dalla spregiudicata mobilità di Salman Bin Salman, il nuovo sultano di Ryad, che potrebbe spingersi fino a riconoscere lo Stato di Israele. Lo Stato di Israele: alfa e omega della strategia Mediorientale statunitense. Riconoscendo Gerusalemme come capitale, Trump è convinto di essersi assicurato un posto nel Pantheon dei Giusti e della storia occidentale. Arcinemico comune di Netanyhau, di Trump, del piccolo principe saudita (e forse, sotto sotto, anche di Erdogan) è l’Iran con il suo petrolio e i suoi programmi nucleari. I tre generali che formano il nerbo dell’esecutivo Usa (Kelly–Mattis–Mc Master) hanno suggerito a Trump di ripescare la Nuclear Posture Review, la famosa politica delle testate tattiche piccole, “per rispondere” – dice il Pentagono – “alla crescita percepita degli arsenali non convenzionali dei suoi rivali”.

Il costo dell’operazione impostata in verità da Obama è di 1,2 trilioni di dollari che l’ex presidente voleva spalmare su un periodo massimo di trent’anni, mentre il suo successore vuol finanziare in 10. Doveva spingere, nelle pie intenzioni di Obama, come prima tappa di un pianeta denuclearizzato. Adesso invece, con la contrazione dei tempi, impone inevitabilmente a tutti il riarmo nucleare. Del resto, dicono i militari, la Russia ha già una sua superbomba piazzata su un sottomarino nucleare e in grado di distruggere città grandi come New York. Vero? Falso? Chissà. Comunque a questa minaccia gli Stati Uniti rispondono con 7.650 testate in confezione classica e col rinnovamento a tappe forzate di tutto il proprio apparato bellico che molto ha influito sui traguardi economici raggiunti dalla Casa Bianca. Gran parte degli analisti sostengono che Russia e Cina si combattono come sempre con la deterrenza, il consolidato equilibrio del terrore. Con la lucidità del folle, anche il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha tirato sul suo paese un lembo della coperta di Linus sotto cui il mondo è riuscito a vivere durante la Guerra

Fredda. L’unico candidato da non ammettere a tutti i costi nel club nucleare è l’Iran. Le atomiche servono solo a far tremare di paura la barba degli inaffidabili Ayatollah. Un dispetto a Obama. Un regalo a Netanyahu e ai suoi affidabilissimi sodali.

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