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MACERATA

L'equivoca politica che piace al Ku Klux Klan

"Il Ku Klux Klan", recitavano i testi della cerimonia di iniziazione a cui venivano sottoposti gli aspiranti candidati che non si rassegnavano all'abolizione della schiavitù in America, "è stato creato per rigenerare il nostro sventurato Paese e per riscattare la razza bianca dall'umiliante condizione in cui è stata recentemente precipitata dalla nuova Repubblica".

L'attacco di ieri a Macerata, commenta un post su Facebook di Forza Nuova, "succede quando i cittadini si sentono soli e traditi, quando il popolo vive nel terrore e lo Stato pensa solo a reprimere i patrioti e a difendere gli interessi dell'immigrazione". Più di un secolo e un oceano intero separano la prima citazione dalla seconda, ma nel frattempo il Klan non è mai morto: a inizio Novecento allargò la platea dei bersagli a tutti gli immigrati in generale, negli anni Sessanta reagì alle conquiste civili, ora è lì come un fiume carsico, a due passi dalla Casa Bianca, e cerca sponde politiche come del resto faceva anche un secolo fa. Si è diffuso anche altrove - nomi diversi, motivazioni identiche - e continua a fare danni.

Esiste anche un'Italia del Ku Klux Klan, per quanto non sia visibile a occhio nudo. E cerca rappresentanza nelle istituzioni, direttamente - come Luca Traini, candidatosi l'anno scorso con la Lega - o tramite qualcuno che porti avanti le sue idee. Forza Nuova lo fa in maniera sfacciata, mentre Salvini è ancora nella fase di chi getta il sasso e nasconde la mano: commenta sui social l'omicidio di Pamela e l'arresto dell'aguzzino nigeriano con l'hashtag #stopimmigrazione, accusa la sinistra di avere "le mani sporche di sangue", poi condanna la violenza di Macerata ma la derubrica a "rabbia" provocata da "immigrazione fuori controllo".

Se c'era insomma una lezione da imparare (su quanto sia pericoloso il gioco del mandante, perché oggi tocca al tuo avversario politico e domani toccherà a te), il segretario della Lega non l'ha colta. La storia mondiale degli ultimi anni ha insegnato che, quando vuoi accendere un fuoco, la questione razziale è come la diavolina: basta un fiammifero e poi ci pensa lei, lasciando che i ceppi facciano il resto. Ne sa qualcosa la Costa d'Avorio, dove ottant'anni di immigrazione dal Burkina Faso e dal Mali per lavorare nelle piantagioni di cacao si sono trasformati politicamente in un dibattito sulla razza pura ivoriana: cittadinanze negate a chi non aveva sangue puro, motivazioni economiche pronte a innestarsi, Paese spaccato in due, un decennio di guerra civile con tremila morti e 300mila sfollati.

Il tutto meno di dieci anni fa, non in un'altra era geologica. Perché l'Europa dovrebbe essere immune da questo rischio? Perché da noi c'è sempre la presunzione che alla fine non succederà nulla, e dunque si può essere liberi di dire ciò che si vuole? In base a quali criteri la responsabilità penale è personale (e spesso giustificata con lo squilibrio mentale) se il crimine è compiuto da un italiano ma diventa etnica (e quindi usata per spiegare l'incompatibilità dei valori) se a commetterlo è un immigrato? E come ci si può meravigliare, poi, se di fronte a un'accusa generalizzata da parte di un leader politico alcuni "criminali squilibrati" (definizione di Giorgia Meloni) decideranno di farsi giustizia sparando nel mucchio?Chi si candida a governare il Paese ha responsabilità diverse dagli avventori di un bar.

E la vicenda di Macerata, in piena campagna elettorale, è una prova di maturità per molti. Il problema è che, in questi anni, le forze politiche non sono mai riuscite a discutere di immigrazione in maniera laica, e sarebbe davvero stupefacente che ci riuscissero a quattro settimane dal voto. Sarà mancanza di abitudine, ma anche la sensazione a caldo, dopo i primi commenti, è che ogni cosa venga detta per un secondo fine: il Nazareno

che invita Berlusconi a tagliare fuori Salvini, la presa di distanza di Maroni dalla Lega, le deboli condanne di Salvini e Meloni, la chiamata al silenzio di Di Maio. Eppure ci vorrebbe così poco a definirsi antifascisti e antirazzisti, senza distinzioni.

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