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Sanremo. Iva Zanicchi: L'anno prossimo torno in gara VIDEO

Sanremo. Iva Zanicchi: "L'anno prossimo torno in gara" VIDEO

Nel 2019 ricorrono i 50 anni di Zingara, brano con cui la cantante vinse. "Avevo già vinto nel 67 ma quello fu l'anno della morte di Tenco, c'era poco da festeggiare", ricorda la Zanicchi che qui ripercorre i suoi festival: le responsabilità troppo grandi, i vestiti fatti dalla sua sarta di Reggio Emilia, il ricordo di Sergio Endrigo

Sanremo 2018, Iva Zanicchi: "Simpatia per la Vanoni che si mette in gioco" Dieci partecipazioni e tre vittorie. Iva Zanicchi racconta i suoi festival in attesa di presentarsi, come concorrente, il prossimo anno, per i 50 anni di Zingara (intervista di Cinzia Lucchelli, a cura di Sivio Falciatori e Andrea Magrini)

«Il prossimo anno, per i 50 anni di Zingara, torno a Sanremo. Non come ospite, come concorrente. Di solito, in questi casi, un cantante non dice di voler andare ma che glielo hanno chiesto. No, no, io mi propongo, spero mi vogliano». Iva Zanicchi ha un’energia incredibile e tanti progetti. Ha appena finito di portare in tournée con Marisa Laurito la commedia Donne in fuga e sta pensando a un disco. «Sono piena di robe da fare - dice-. Chi si ferma alla mia età è perduto».

Dieci partecipazioni, tre vittorie. Qual è il Festival che ricorda con maggiore affetto?
«Quello del 1969. Avevo già vinto una volta in coppia con Claudio Villa, nel 1967 con Non pensare a me, ma quello fu l’anno della morte di Tenco. Ho realizzato della vittoria in seguito, era successa una tragedia, non c’era da festeggiare. Io venivo dal paese (Ligonchio, ndr), ero una ragazzotta, e quando c’è un funerale il paese è in lutto. Quella mattina ho chiamato mia mamma e lo ho detto che mi sarei fatta venire a prendere per tornare a casa, ero certa che avrebbero sospeso il Festival. Non andò così, rimasi sorpresa».

Cosa successe nel ’69?
«Eravamo Bobby Solo e io, con Zingara. Era una canzone così popolare, facile, bella. Fin dalla prima prova anche gli altri discografici, gli avversari, applaudivano. Era un bel momento anche della mia vita privata, avevo la bambina piccola, mi ero sposata».

Come viveva il Festival?
«Allora era molto sofferto, ti caricavano di tante responsabilità, sbagliando perché alla fine erano solo canzonette. Ho assistito a scene tragiche. L’unico anno in cui non entrai in finale il mio discografico mi disse “Attenzione che dipende da te, abbiamo tante persone che lavorano, abbiamo puntato tutto su Sanremo”. Non cantavi serena».

Claudio Villa, Bobby Solo, Sergio Endrigo: qual è stato il compagno più esigente?
«Inizialmente Endrigo. Quando il suo impresario gli propose in coppia con me L’arca di Noè mi disse che secondo lui non era adatta a me. Io concordavo, non l’ho sentita mia ad un primo ascolto. Mi disse che avrei fatto bene a non accettare, però mi invitò a provarla. Andai a casa sua, lui si mise al pianoforte e io la cantai, l’avevo imparata bene. Lui si alzò, me lo ricorderò sempre, mi abbracciò e mi disse “Scusami ho sbagliato. Andiamo a Sanremo”. Andò benissimo. Fu un Festival magnifico. Non era come lo descrivevano, era molto spiritoso, simpatico, colto, piacevolissimo. Se ne parla poco, ma ha scritto canzoni che rimarranno nella storia».

Chi curava i suoi look?
«Quando ho iniziato non era come oggi, ogni cantante ha lo staff completo dal parrucchiere al truccatore al personal manager. Non c’era nessuno. Io al primo Festival arrivai in treno con la valigia con i vestiti fatti dalla mia sarta di Reggio Emilia, Ines Costi, bravissima. Mi portava di un bene la Ines: quando ho vinto il primo Festival avevo un vestito di una grande stilista e un altro suo. Le sono molto riconoscente, all’inizio mi aveva regalato gli abiti perché non potevo pagarglieli. Il look poi ce lo curavamo da sole. I primi anni andavo dal parrucchiere di fronte al casinò. Nell’anno de La notte dell’addio ho conosciuto lì Caterina Caselli, diventata poi una cara amica. Lei aveva già il caschetto, era venuta a farsi la piega».

Cosa pensa delle nuove strade per il successo aperte da social e talent?
«È tutto più facile e veloce ma non tutte le ciambelle vengono con il buco. Se penso ai miei inizi credo che queste siano occasioni meravigliose per un giovane. Allora erano anni di gavetta, bisognava andare a scuola, studiare solfeggio e respirazione. Era durissimo arrivare, i mezzi erano pochi, c’era un festival di voci nuove, Castrocaro, poi trafile lunghissime. A Sanremo arrivavano pochissimi giovani ma avevano l’attenzione del grande pubblico, quasi sempre avevano successo. Oggi si sfornano 100 cantanti all’anno, non te li ricordi. Ci sono più mezzi per arrivare, meno per rimanere».

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Guarderà il Festival?
«Ah io lo guardo tutti gli anni. L’anno scorso era a teatro e mi sono fatta portare un piccolo televisore e ogni tanto uscivo per dare un’occhiata. Quest’anno me lo vedo tutto in pace».

Come sarà questa edizione?
«Baglioni farà un bel Festival, ha puntato sulla canzone. Solo negli anni ’60 si scriveva appositamente per Sanremo, gli autori ci mettevano anche un anno. Poi è stato più l’interprete».

Per chi tifa?
«Ho simpatia e ammirazione per Ornella Vanoni che alla sua età con coraggio non va come ospite ma in gara».

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