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Scelta fra avanguardia o periferia dell'Europa

Negli ultimi giorni tre fatti hanno chiarito che anche le elezioni italiane – come quelle degli altri Paesi degli ultimi anni – saranno uno scontro tra europeisti e nazionalisti. I tre fatti sono la presentazione del programma del centrodestra; l’alleanza tra Più Europa guidata da Emma Bonino e il Pd; e il convegno “Il nostro futuro si chiama Stati Uniti d’Europa” promosso dalla delegazione Pd al Parlamento europeo.

Renzi ha detto che il Pd farà dell’Europa il fulcro della campagna elettorale. Vuole rilanciare e riformare l’Ue verso un governo federale con un adeguato bilancio, una politica economica e di difesa, ed un presidente della Commissione eletto direttamente, i cui candidati siano scelti con primarie europee. Il programma di +Europa al riguardo è particolarmente dettagliato ed esplicito. La coalizione di centrosinistra è apertamente europeista e fa proposte chiare in termini di riforme istituzionali e di politiche nella direzione degli Stati Uniti d’Europa.

Il centrodestra si schiera invece sul fronte nazionalista. La parte sull’Europa del suo programma si intitola “Meno vincoli dall’Europa”. Ma ciò non dipende dal governo nazionale: la normativa europea è giuridicamente vincolante e direttamente applicabile. I vincoli che disturbano il centrodestra sono soprattutto quelli sul bilancio, visto il costo enorme delle sue mirabolanti promesse elettorali. D’altronde, l’ultima volta che il centrodestra fu al governo aumentò il deficit e il debito finché lo spread arrivò a 565 punti, fummo vicini al default e fu chiamato Monti (con il sostegno parlamentare dell’allora PdL) a fare il risanamento. Soprattutto, i contenuti risultano contraddittori e pieni di inesattezze fattuali (su cui mi sono soffermato in dettaglio in un post sul mio blog su L’Espresso) del programma.

Non era scontato che il programma del centrodestra fosse così nazionalista. Forza Italia fa parte del Partito Popolare Europeo, che esprime i presidenti di tutte le istituzioni politiche dell’Unione - della Commissione europea Juncker, del Consiglio europeo Tusk, del Parlamento europeo Tajani - e che domina i meccanismi decisionali. In pratica nell’Unione non si decide nulla senza che il partito popolare, e Forza Italia, non siano d’accordo. Dunque per Fi attaccare le decisioni europee è attaccare se stessi. Al contrario la Lega e Fratelli d’Italia fanno riferimento alla Le Pen nel gruppo politico più nazionalista presente al Parlamento europeo. La sintesi programmatica rispetto all’Europa, tra forze che negli ultimi anni hanno sistematicamente votato in modo opposto in Europa, avrebbe potuto essere molto diversa. Certo, non si prevede l’uscita dall’Euro, fino all’altro giorno un cavallo di battaglia di Salvini. Ma anche così, l’immagine di un Berlusconi europeista pronto a contrapporsi all’euroscetticismo leghista ne emerge alquanto indebolita.

Naturalmente sul fronte nazionalista si colloca anche il Movimento 5Stelle. In Europa è alleato con Farage, che è riuscito a far uscire il Regno Unito dall’Unione, e a giorni alterni propone un referendum (incostituzionale) sull’uscita dall’Euro.

Però le nostre elezioni avranno un significato e una valenza particolare, maggiore e diversa, di quelle che l’hanno preceduta. Arrivano dopo le elezioni in Francia e Germania - che hanno aperto la strada ad una rifondazione dell’Unione in senso federale anche a costo di andare avanti con un’avanguardia, e segnato il rilancio dell’asse franco-tedesco, in panne con Hollande. Il 4 marzo si deciderà la nostra risposta alla proposta di Macron di condividere la sovranità su economia, difesa e migranti. Se diremo di sì l’Italia farà parte dell’avanguardia che riformerà l’Unione, e insieme a Macron otterremo
dalla Germania più solidarietà. Se diremo di no, ci relegheremmo nel secondo cerchio, probabilmente in compagnia di alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale con governi nazionalisti, contrari ad aiutarci sui migranti.

@RobertoCastaldi

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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