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Quei difficili rapporti tra sinistra e radicali

La settimana

Non sono mai stati paradisiaci i rapporti tra la combattiva pattuglia dei radicali e la sinistra che si è chiamata Pci, poi Pds, Ds e Pd. Dunque occorre prudenza dinanzi al bombardamento di notizie, esaltanti o deprimenti, spesso contradditorie, riguardanti l’alleanza elettorale tra Emma Bonino e Matteo Renzi. I precedenti, purtroppo, non sono incoraggianti.

Nella sua lunga vita politica, per esempio, Marco Pannella, padre padrone del Partito radicale, è stato dalla sinistra ora corteggiato ora poco amato, inseguito e contestato, apprezzato e bandìto. L’immagine che ci torna alla memoria è quella del leader radicale che cerca di entrare a Botteghe Oscure e finisce per prendere uno schiaffone dagli uomini della vigilanza del Pci: correva l’anno 1976 e Giacinto detto Marco voleva protestare con Berlinguer per una storia, ma guarda un po’, di liste elettorali, quella volta per il posto in alto a sinistra nella scheda che i militanti comunisti si erano conquistati a spintoni (duri) nella fila al ministero dell’Interno.

A Pannella, certo, la sinistra ha sempre riconosciuto che senza di lui tante battaglie civili non sarebbero state nemmeno combattute – divorzio, aborto, lotta alla corruzione, libera informazione – ma ha sempre anche temuto quella sua carica dirompente e libertaria insofferente a schemi e regole. Con il divorzio, caso emblematico, il partito forgiato da Togliatti era sempre stati freddino: ai comunisti, che raccoglievano consensi anche nel mondo cattolico, non andava giù l’idea di passare per campioni dell’anticlericalismo.

Alla fine il Pci votò sì alla legge Fortuna-Baslini, ma fece di tutto per evitare poi il referendum temendo che l’Italia si spaccasse in due e la Dc pure. Al Pci andava poco a genio anche l’incontrollabile spregiudicatezza grazie alla quale Pannella riusciva a dialogare con Scalfaro e Martelli, Piccoli e Pasolini, o addirittura a far eleggere in Parlamento Cicciolina e Tortora, Toni Negri e Sciascia. Fuori dal rigore di partito era anche ciò che faceva in Aula quel piccolo drappello di deputati e senatori che pesava molto più dell’esigua minoranza che era.

Altri tempi, si dirà. E però ne sono capitate anche a Bonino. Da sinistra le hanno spesso rinfacciato i suoi trascorsi, quando cioè i radicali presentarono le loro liste assieme a quelle di un emergente Berlusconi, alleanza durata con alti e bassi dal 1994 al 2006. Ma i giri di valzer sono sempre stati escamotage tipici dei pannelliani per poter testimoniare le loro idee. I radicali ricordano invece i clamorosi retroscena rivelati da Concita De Gregorio che, lasciata la direzione dell’Unità, raccontò che nel 2010 il Pd aveva fatto di tutto per favorire la rottura tra Fini e Berlusconi nella speranza che ciò bastasse a far cadere il governo del Cavaliere e a far tornare il centrosinistra a Palazzo Chigi. Per aiutare la destra dissidente, inoltre, Bersani & C. non avrebbero sostenuto la candidatura Bonino per il centrosinistra a governatore del Lazio, favorendo di fatto Renata Polverini candidata di Fini.

Incomprensioni e sospetti sono ancora vivi. Per evitare a Bonino di dover raccogliere le firme previste dal Rosatellum per liste che non abbiano rappresentanti in Parlamento si è dovuto muovere l’ex Dc Bruno Tabacci con il suo Centro democratico che invece parlamentari ne ha. Bene, ma ora cominciano le trattative vere e proprie e saranno sul numero di collegi sicuri che il Pd è disposto a cedere a Bonino. D’altra parte, se i radicali si presentassero solo nel proporzionale e non dovessero raggiungere il minimo del 3% – dispone la nuova legge elettorale – i voti raccolti andrebbero a ingrossare i consensi del partito maggiore con cui ci si è apparentati, il Pd. Sarebbe come lavorare per altri senza garantirsi niente in cambio.

Ma per raggiungere l’obiettivo, un minimo di accordo politico tra Renzi e Bonino va pure trovato. E qui viene il difficile. Certo, rinunciare all’alleanza sarebbe un peccato,

e non solo perché il Pd dimostrerebbe ancora una volta di voler correre da solo, ma anche perché i radicali hanno scelto per la loro lista il simbolo “+ Europa”. Che nella stagione di Salvini e Grillo non è parola d’ordine da buttar via.

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