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Da movimento a partito, il centralismo 5stelle

L'opinione

Coerenza pretende che chi ha criticato la pretesa diversità del Movimento 5Stelle (“...onestà, onestà!”, “...uno vale uno!”, “...nessuna alleanza con la vecchia politica!”, “...siamo cittadini, non politici di professione!”, “...noi non ci facciano mantenere dallo Stato!”, eccetera), puntualmente smentita a Parma, Roma, Torino, Bagheria, Livorno, Pomezia così come a Montecitorio e Palazzo Madama, ora ammetta che il percorso è compiuto, che quello ideato da Gianroberto Casaleggio e interpretato da Beppe Grillo è un partito.

Un partito ufficialmente verticistico, centralizzato, normato e normalizzato. Più del Pd, dal quale si entra ed esce come dal Grand Hotel e che vede sotto perenne contestazione interna un segretario nazionale pur votato da centinaia di migliaia di cittadini. Più di Forza Italia, assediata da quanti se n’erano andati a suo tempo e adesso vogliono rientrare: è bastato che il pifferaio di Arcore, dato per morto prima politicamente e poi di fatto un anno e mezzo fa, riprendesse a suonare il suo antico motivo. Più partito persino di quello degli eredi diretti dei comunisti, i Liberi e Uguali tra i quali i generali (Grasso, Bersani, Boldrini, D’Alema) superano di numero i colonnelli (Speranza, Fratoianni, Civati), i capitani sono meno dei maggiori, loro superiori di grado, e via diminuendo.

È un passaggio tutt’altro che marginale la pubblicazione dei 27 obblighi ai quali dovranno sottostare i candidati e, dopo il 4 marzo, i parlamentari M5S. Anche perché chiarisce la natura degli schieramenti alla vigilia alla battaglia del voto. Al vaglio non ci saranno vecchi partiti incrostati e incapaci di rinnovamento e, dall’altra parte, un fresco movimento che ridà alla gente il potere sottratto in decenni di cattiva amministrazione. Questa favola non seduceva più nessuno, perché falsa alla radice: primo, non tutto (anzi !) della storia politica repubblicana è da buttare; secondo, dove il Movimento sta governando, la situazione è pessima. Ovunque.

Il 4 marzo ci sarà da scegliere tra i partiti con vicende tormentate e discutibili ma eredi della democrazia voluta dai costituenti e un partito dinasticamente passato da Gianroberto a Davide, che ha la sua centrale strategica in via Morone a Milano negli uffici di un’azienda di marketing digitale e s’è ritrovato come capo politico assoluto il figlio di un dirigente del Movimento sociale italiano e di Alleanza nazionale. Soprattutto, il M5S è un partito che infila tra le regole appena emanate, senza alcuna preventiva consultazione analogica o digitale (ma a cosa serve, allora, la piattaforma Rousseau?), alcune palesi violazioni del dettato costituzionale, come l’obbligo per i parlamentari di votare la fiducia in caso la chieda un futuro governo a 5Stelle. O che mette nero su bianco come la Casaleggio e Associati sopravviverà e rimpolperà i propri bilanci: con quanto gli eletti verseranno direttamente e con il crescente prelievo dalle casse del partito. Ossia, con le tasse pagate dai cittadini. Finanziamenti pubblici così giustificati da Davide Casaleggio: «Sono il contributo per la piattaforma informatica Rousseau, che sarà a disposizione degli eletti per strumento di condivisione e collaborazione online» .

Di tanta chiarezza di obiettivi – comanda uno solo, che decide chi è da eleggere e chi da cacciare; i soldi vanno all’azienda della famiglia del fondatore; chi non è d’accordo s’accomodi – bisogna essere grati al Movimento. Qualche dubbio verrà forse ai suoi militanti di base, che nei raduni di fine estate a Roma nel 2014, a Imola nel 2015, a Palermo nel 2016 e a Rimini tre mesi fa credevano ancora che l’onestà restasse un valore sufficiente per ben governare, che uno valesse
uno, che non si potessero fare alleanze con leghisti o comunisti, che la politica fosse una missione a tempo e non una professione da esercitare in giacca, cravatta e cappottino blu, che il M5S non si facesse davvero finanziare dallo Stato. E adesso?

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