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Nell'Unione ora irrompe la questione dei diritti

In alcuni Paesi europei è in corso un’opera di demolizione progressiva dello Stato di diritto da parte dei rispettivi governi. Il processo è iniziato con Orban in Ungheria, poi emulato con ancora più forza dal governo polacco del partito Giustizia e Libertà, sotto la guida di Kaczinsky, che tutto decide pur senza prendere la responsabilità diretta di governare. Entrambi ritenevano che la Commissione Europea non avrebbe mai avuto la forza politica di utilizzare l’articolo 7 del Trattato, che può portare a sanzioni, perdita di fondi e del diritto di voto per uno Stato che violi i diritti fondamentali, i valori o i Trattati europei.

L’articolo 7 era considerato una sorta di bomba atomica, che mira ad avere una funzione deterrente, piuttosto che ad essere usata. Ma lo stesso si pensava per l’articolo 50 sul diritto di recesso dall’Unione, prima della Brexit.

Dopo anni di dialogo la Commissione Europea ha deciso che quando è troppo è troppo. Il tentativo del governo polacco di mettere completamente sotto controllo l’ordine giudiziario – dopo aver indebolito l’indipendenza dei tribunali minori, e abolito gli organi di controllo indipendente di monitoraggio sulle elezioni – ha provocato finalmente la reazione della Commissione. Da un lato ha avviato la procedura prevista dall’articolo 7 e dall’altro ha deferito la Polonia alla Corte di Giustizia dell’Unione. Una scelta forte, coraggiosa, necessaria a tutelare lo stato di diritto e quindi i diritti fondamentali dei cittadini europei della Polonia. Perché l’azione della Commissione non è contro la Polonia, ma a tutela della Polonia nei confronti di un governo che sta violando i principi fondamentali su cui la Costituzione polacca e i Trattati dell’Unione si fondano.

Si manifesta anche in Europa un principio teorizzato dai padri fondatori americani: in un sistema federale, caratterizzato da una pluralità di livelli di governo democratico, è difficile scardinare la democrazia. Perché se ciò accade al livello di uno Stato si avrà un intervento del livello federale. E se si provasse a farlo a livello federale si troverebbe la resistenza di tutti i governi federati. Questo che ha favorito il permanere della democrazia in India nonostante la povertà, le guerre e le tensioni, in un contesto in cui gli altri Stati dell’area in condizioni analoghe non riuscivano a mantenere un sistema democratico. Oggi è l’Unione lo strumento principale della salvaguardia della democrazia nei Paesi europei. E infatti è il nemico numero uno di tutte le varie forze di estrema destra, che della democrazia liberale farebbero volentieri a meno.

Toccherà ora agli Stati membri decidere se dar seguito all’iniziativa della Commissione. Servirà inizialmente una maggioranza qualificata di 4/5 degli Stati Membri, ovvero 22, e successivamente l’unanimità. La Polonia conta quindi sull’Ungheria per bloccare il processo nell’ultima fase. Questo apre una riflessione critica, dal momento che rispetto a una serie di leggi liberticide in Ungheria la Commissione non ha fatto una scelta analoga. E per avere maggiori chance di successo avrebbe forse dovuto aprire la procedura verso entrambi i Paesi.

La responsabilità è soprattutto del Partito Popolare Europeo, cui aderisce il partito di Orban, che è decisivo per farne il primo gruppo al Parlamento Europeo, scegliendo così il Presidente della Commissione. I partiti europei sono ancora deboli e controllati dai leader dei partiti nazionali. I popolari non hanno avuto la forza di cacciare Orban, e sono così costretti a difenderlo, impedendo all’Ue di tutelare i cittadini europei dell’Ungheria, come ora cerca di fare con quelli
polacchi. È una grave responsabilità, e mostra che l’Ue non è ancora un vero sistema federale, dato che le decisioni fondamentali sono ancora principalmente in mano ai governi nazionali. Questo contribuisce alla fragilità della democrazia in Europa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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