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Trump sotto assedio, la sua agenda è a rischio

L'opinione

Il più noto politico del secondo dopoguerra in Alabama, stato del profondo Sud con elettorato a prevalenza conservatrice con ampie frange razziste, è stato George Wallace, governatore per sedici anni, quattro volte candidato alla Casa Bianca, tre per i democratici (1964, 1972 e 1976), una per l’American Independent Party (1968).

Un democratico, negli anni Sessanta e Settanta, tanto lontano dalla percezione progressista che abbiamo noi italiani del partito di John e Bob Kennedy e poi di Jimmy Carter, da fargli rispondere così a un sostenitore che gli chiedeva conto del suo spostamento su posizioni segregazioniste: «Sai, ho provato a parlare di strade da sistemare, di scuole migliori e di tutte le belle cose con le quali ho avuto a che fare nella mia carriera di politico, e nessuno mi ha ascoltato. Poi ho iniziato a parlare di negri e i miei elettori si sono messi a pestare forte sul pavimento (in segno di approvazione, n.d.r.)».

In un posto dove ancora oggi l’integrazione è una prospettiva discutibile e che dal 1997 ha espresso esclusivamente i due longevi senatori repubblicani ultraconservatori Jeff Sessions e Richard Shelby, i democratici hanno ottenuto ieri nelle elezioni supplettive per il Senato una vittoria che potrebbe essere la chiave di volta della presidenza Trump. Il progressista moderato Doug Jones, democratico, ha battuto il campione dell’ultradestra Roy Moore, repubblicano, lanciato dal teorico del suprematismo bianco Steve Bannon e, alla fine, appoggiato con calore da The Donald.

L’ex giudice Moore, che aspirava a sostituire Sessions, dimessosi in febbraio per assumere la guida del ministero della Giustizia, è stato danneggiato dalle rivelazioni sui suoi comportamenti sessualmente impropri nei confronti di più donne, compresa una quattordicenne. A sorpresa, perfino Shelby aveva dichiarato alla vigilia del voto che avrebbe vergato sulla scheda, di fatto facendola annullare, il nome di un altro repubblicano anziché quello del candidato ufficiale del partito. Il motivo per considerare un probabile turning point il successo di Jones l’aveva anticipato lunedì lo stesso Trump in un tweet dedicato agli elettori dell’Alabama: «Se domani lo eleggerete, Moore voterà sempre per noi», dove il «noi» sta per «la mia amministrazione».

L’ingresso al Senato di un democratico al posto di un repubblicano cambia invece drammaticamente i rapporti di forza, perché da adesso la maggioranza potrà contare su un solo voto in più della minoranza. Un vantaggio risicatissimo, considerando che tra i 51 rappresentanti del Gop (il Good Old Party di Eisenhower, Nixon, Ford, Reagan e Bush padre e figlio) non mancano oppositori fierissimi del presidente: in occasione di scelte politicamente importanti, anche un unico eventuale “tradimento” metterebbe in difficoltà il governo.

I democratici guardano con maggiore ottimismo alle elezioni di midterm del prossimo 6 novembre, che vedranno i loro senatori uscenti competere in molti stati dove Trump aveva prevalso alle presidenziali del 2016, in cinque casi in misura schiacciante.

I criteri di scelta dei candidati si riveleranno dunque decisivi: fallita la prova di forza voluta da Bannon con Moore, in autunno gli aspiranti senatori repubblicani dovranno avere facce e curricula più presentabili. E i democratici non potranno sbagliare nemmeno una candidatura. Se il partito di Obama ottenesse la maggioranza alla Camera alta (dove saranno rinnovati 33 dei 100 seggi) e addirittura alla Camera dei Rappresentanti (in palio tutti i 435 posti), il destino di Trump potrebbe essere segnato: sempre che l’indagine indipendente sul Russiagate porti ad accuse dirette al presidente, come parecchi osservatori prevedono.

Per
questo, interpretando i desideri del capo, ieri la tv ufficiale del trumpismo, Fox News, ha in fretta archiviato la bruciante sconfitta in Alabama e dato il massimo risalto alla riforma fiscale, l’unico obiettivo raggiunto in quasi un anno.

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