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Così lo zar e il sultano ristrutturano l’oriente

L’opinione

Cosa potrà accadere nell’immediato non è semplice da prevedere. Di certo c’è che gli assetti nella scacchiera politica mondiale hanno registrato una virata preoccupante. Gli effetti sulla destabilizzazione delle consolidate posizioni tra le cancellerie mondiali su questioni spinose, come il Medio Oriente, potrebbero avere risultanze imprevedibili con scenari preoccupanti.

Certo, al momento sembra chiaro che la poca lungimiranza mostrata da Donald Trump nel gestire situazioni delicate come quella israeliana possa essere la causa di questo terremoto diplomatico che sta innescando un effetto domino. La decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, oltre al riaccendersi delle violenze e degli scontri a Gaza e Palestina.

Quello che veramente preoccupa è il duello a distanza tra il premier israeliano Netanyahu e il presidente turco Erdogan. Uno scontro che è stato sfruttato con immediatezza dal leader russo Vladimir Putin. Erdogan ha definito Israele «uno Stato terrorista che uccide bambini». Ha detto testualmente che «Israele è uno stato di terrore. Non lasceremo Gerusalemme alla mercé di un Paese che uccide i bambini. Non lasceremo Gerusalemme alla coscienza di uno Stato che non ha valori se non l’occupazione e il saccheggio. Continueremo la nostra lotta all’interno della legge e della democrazia con determinazione».

Parole che pesano come macigni pronunciate, non a caso, nel mentre il premier israeliano, Benjamin Netanyahu era in visita in Francia a incassare la reprimenda del presidente francese Macron, che ha ribadito il totale disaccordo con la decisione di Trump. Parole che si aggiungono alle tensioni tra Israele e Turchia dove fin dalle prime ore successive alla decisione di Trump su Gerusalemme, sono scoppiate manifestazioni anti-americane e anti-israeliane.

Non è mancata la reazione di Netanyahu nei confronti di Erdogan, senza mezzi termini: «Non sono abituato a ricevere lezioni sulla moralità da un leader che bombarda gli abitanti dei villaggi curdi nella sua terra natìa, la Turchia – ha detto – un leader che imprigiona giornalisti, che aiuta l’Iran ad aggirare le sanzioni internazionali e che aiuta i terroristi, anche a Gaza, uccidendo persone innocenti. Quello non è l’uomo che ci farà lezione».

In realtà la partita è molto più complessa e mette a rischio, ancora una volta, la solidità e la strategia della coalizione atlantica, la Nato. La Turchia infatti è una pedina strategica non secondaria nel bacino del Mediterraneo con la capacità offerta di avere un controllo diretto sul Caspio oltre che sul Medio Oriente. Putin sembra non aspettasse altro per riannodare i fili sempre molto tesi con Erdogan.

Sfruttando al meglio la poco lungimiranza di Donald Trump riguardo lo statuto di Gerusalemme, ha trovato un ulteriore argomento di avvicinamento alla Turchia. Ad Ankara infatti Vladimir Putin è stato ricevuto da Erdogan in un incontro formale, sostanzialmente il terzo vertice bilaterale in un mese, per riaffermare la riapertura delle relazioni tra i due Paesi. Primo obiettivo raggiunto da Putin è la conferma che Ankara procederà all’acquisto di un sistema missilistico russo alla cui installazione la Nato si oppone strenuamente.

Un colpo durissimo alla Nato inferto da Putin che in modo chiaro sta consolidando una strategia diplomatica tesa ad aumentare l’influenza russa nel mediterraneo e contestualmente mettere in crisi le relazioni diplomatiche tra Usa e alleati storici come l’Egitto dove lo stesso Putin, prima di arrivare ad Ankara, aveva incontrato il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

Insomma, comunque la si voglia considerare, la scelta di Trump di riaccendere

la questione israelo-palestinese, è un fallimento completo. Tranne che, anche questo va considerato, Trump non miri davvero a una guerra (politica) totale nel Mediterraneo e allora, a questo punto, l’obiettivo non è lontano.

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