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A sinistra caccia al voto nel segno meno del meglio soli

Meglio soli che male accompagnati, sembra teorizzare Matteo Renzi senza dirlo apertamente, ma certamente pensandolo. Con Giuliano Pisapia è finita come sapete, con il campo (progressista) attraversato da truppe in rotta, diaspore, ricerca disperata di una terra d’approdo. Forse un giorno sapremo com’è andata, insomma se è stato Pisapia a fare mille difficoltà (questa della rinuncia da parte del Pd all’approvazione della legge sullo ius soli è chiaramente solo una facile scusa); se è stato Renzi che proprio non ne voleva sapere; o semplicemente «la colla non ha funzionato», come ha commentato Romano Prodi con bonaria saggezza, come a dire che se non c’è amore o chimica la coppia scoppia, o nemmeno nasce. Nonostante la tenacia di Piero Fassino.

Con Mdp è andata come è andata, compreso lo smacco di vedere Pietro Grasso mollare il partito che lo aveva portato alla presidenza del Senato per diventare il “front man” del nuovo movimento che si presenta agli elettori come il massimo competitor del Pd. Anzi, proprio la comune e condivisa idiosincrasia per Renzi ha generato il miracolo di una piccola unità, quella di mettere insieme brandelli e leaderini di sinistra altrimenti in lotta tra loro: Pippo Civati, Roberto Speranza, Nicola Fratoianni.

Di Prodi e Veltroni, infine, qui si registrano generosità e disponibilità, e chissà se ce la faranno ad abbandonare il ruolo di riserve della Repubblica cui sembrano destinati. Alla fine, insomma, Renzi deve fare a meno della sua ala sinistra, sia di quella degli scissionisti, sia di quella chiamata a raccolta dall’ex sindaco di Milano. E forse, si diceva, è contento così. Non è un’affermazione azzardata. In fondo, tutta la sua storia di leader politico sembra andare in direzione ostinata e contraria a quella di una vasta alleanza a sinistra, e qui non gioca solo l’evidente difficoltà di scendere a patti con i Bersani e i D’Alema che gli hanno dichiarato guerra un anno fa. No, è il punto d’arrivo di una strategia generale nella quale il segretario del Pd continua a credere.

Ricordate? Renzi esordì dichiarando, sulla scia di Tony Blair ma anche di un Massimo D’Alema d’antan molto diverso dall’attuale, che, per vincere, la sinistra ha bisogno di conquistare consensi al centro dello schieramento politico.

Con tale obiettivo è stata impostata una parte consistente dell’attività di governo, ma adesso a questo si ispira anche la rinnovata alleanza con i cattolici di Pier Ferdinando Casini (presidente accorto della scivolosa Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche) e Beatrice Lorenzin, e (si spera) con il cartello laico-europeista che Emma Bonino sta cercando di costruire. Non c’è più Pisapia, appunto, ma nelle liste compariranno certamente suoi seguaci: testimoni, però, non co-protagonisti.

E poi c’è la visione stessa della politica incarnata dal segretario del Pd. Che potremmo chiamare della scelta drastica, del sì o no alla sua visione, del referendum continuo. Sì, è un vero paradosso: nonostante sia uscito sconfitto dall’appuntamento del 4 dicembre sul quale aveva puntato tutto, Matteo Renzi continua a sperare che il suo popolo, quello che lo aveva accolto tre anni fa regalandogli il trionfo alle elezioni europee, e un anno fa ha votato sì, comprenda l’importanza della posta in gioco, torni alle urne, e scelga proprio lui. Sembra dire: se devo vincere, voglio farlo da solo; se devo perdere, ne prenderò atto, ma misurando la forza reale di ogni giocatore in campo. Per ricominciare.

È questa la conseguenza diretta del primo, forte messaggio lanciato da Renzi: la rottamazione. Che in parole povere, fuori dagli slogan, voleva e vuole dire basta con la nostalgia del grande partito organizzato e diffuso sul territorio, con le fatiganti discussioni di segreteria, con le correnti mascherate e, soprattutto, con gli ex campioni post comunisti.
E allora perché pensare ad alleanze proprio con chi incarna, ai suoi occhi, tutto ciò che vuole cancellare? Perché cedere proprio adesso? Dunque si marcia così, e può finalmente cominciare la vera campagna elettorale. Soli. Ma vincenti?

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