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Il credito delle banche e quello della politica

L’analisi

C’era una cosa che la commissione d’inchiesta sulle banche poteva e doveva fare, nel breve lasso di tempo concesso dalla fine di una legislatura durante la quale sono fallite alcune banche e molti risparmiatori hanno perso i soldi: ridare fiducia. Ossia il valore fondamentale, oltre che per la civile convivenza, per il funzionamento del sistema bancario. È vero che per far questo anche i politici devono godere di fiducia, e invece sono all’ultimo posto nella classifica di persone e istituzioni di cui gli italiani si fidano. L’impresa dunque era difficile, tanto più in campagna elettorale.

Per realizzarla, serviva uno sforzo eccezionale di oggettività, passione e competenza tecnica, nonché la selezione dei componenti in base a queste doti e una momentanea sospensione del giudizio in attesa delle conclusioni dei lavori: tutti fattori non pervenuti. Ma gli atti e i misfatti degli ultimi giorni sembrano dirci non tanto che è fallita quella missione, quanto che il vero obiettivo era un altro: avere un nuovo giocattolo buono per la campagna elettorale, e poco importa se il giocattolo poteva rivelarsi un’arma di distrazione e distruzione di massa.

La commissione aveva appena iniziato a lavorare, e già il segretario del Pd aveva emanato il suo verdetto: la vigilanza della Banca d’Italia non ha funzionato, dunque il mandato del governatore non va rinnovato. La sua richiesta non è stata accolta, ma si voleva far contare il messaggio, spedito al di fuori di qualsiasi regola di correttezza istituzionale: il Pd – quello di Renzi – non sta con i banchieri centrali. Ci sono motivi per ritenere che la vigilanza della Banca d’Italia non abbia funzionato? Certo, era il fatto stesso da cui si partiva a farlo sospettare, e lo stesso governatore ha ammesso ritardi. Né ha confortato i risparmiatori lo spettacolo delle due massime autorità di controllo sul risparmio – la Banca d’Italia e la Consob – che si sono rimpallate le responsabilità.

Ancora peggio è andata poi quando si è passati alla performance dell’autorità giudiziaria, nella persona del procuratore capo di Arezzo e il balletto attorno ai suoi cenni, al verbale dell’audizione (ma non andrebbero letti, prima di pubblicarli, come si fa persino in un’assemblea di condominio?), al suo doppio ruolo di giudice e consulente del governo. Una pessima esibizione, da parte di tutti i controllori: che ancora non ci dice però cosa non ha funzionato, se sia stata colpa o dolo di singole persone, delle regole da riscrivere, del sistema oppure di conflitti di interesse da tagliare sul nascere.

Ma in tutto ciò non va dimenticato che il vero oggetto dell’indagine sono, o meglio dovrebbero essere, i controllati: le banche. La crisi economica c’entra, ma fino a un certo punto, nel crac dei loro bilanci. Il ritirarsi della marea degli anni buoni ha fatto venir fuori le magagne: credito facile e allegro agli amici, vendita di prodotti rischiosi a persone non in grado di capirli, imbellettamento – o frode – nei bilanci, insomma carte false.

La politica – la stessa che adesso vorrebbe ergersi a giudice – è stata ed è molto vicina a tutto ciò, da Siena a Vicenza a Chieti alle Marche ad Arezzo, e non solo nella persona del papà di Maria Elena Boschi. Arrivando a quest’ultima: ben venga il ripensamento, e la decisione della commissione di sentire l’ex amministratore delegato di Unicredit al quale, secondo la ricostruzione contenuta nel libro di Ferruccio De Bortoli, l’allora ministra avrebbe chiesto di prendere in esame il dossier Etruria per un’acquisizione.

È legittimo che il governo si interessi alla sorte di una banca in difficoltà, strano (se vero) che lo faccia un ministro non competente in materia, imbarazzante che lo stesso ministro abbia un familiare nel board, scandaloso che passino mesi senza che si faccia chiarezza sull’episodio.
Si potrà fare chiarezza ora, in una audizione in extremis mercanteggiata con altre per poter controbilanciare gli eventuali colpi, tutti mescolati nel frullatore della campagna elettorale? Ce lo auguriamo ma – dati i precedenti – ne dubitiamo.

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