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Violenza contro le donne, ora basta la parola

Il 25 novembre è la Giornata contro abusi, molestie e femminicidi. Più denunce e l’indipendenza economica le difese

Le donne parlano. Troppo, direbbero alcuni. Finalmente, dicono altri, soprattutto altre. Piacerebbe a tutti non dover celebrare una giornata internazionale contro la violenza sulle donne; o festeggiare, prima o poi, la data in cui sarà cancellata, eradicata dalla mappa della terra come il vaiolo. Ma quella data è lontana, e i vaccini sono ancora tutti da scoprire, dentro di noi. E un vaccino è, appunto, la parola.

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Quest’anno il 25 novembre giunge al culmine di un’onda lunga, che è partita dal salotto di un produttore miliardario e sta arrivando dappertutto nel nostro mondo occidentale: la denuncia di quelle che sono, a tutti gli effetti, molestie o violenze sessuali sui luoghi di lavoro. Che si tratti degli studi di Hollywood o di aule universitarie, degli uffici di Westminster o di professionisti romani, c’è un tratto comune nell’ondata di denunce che poi si è trasferita sul web con la parola d’ordine del #metoo: “È successo anche a me”. Si tratta di ragazze, signore, donne che hanno subito o subiscono molestie sotto il ricatto del lavoro o della carriera: per cominciare, per restare, per salire. Dunque di ragazze, signore, donne “emancipate”, o in via di emancipazione. Ma l’emancipazione non doveva salvarci dalla sudditanza e da tutti i suoi effetti, dunque dall’essere vittime di violenza o abusi?

La risposta a questa domanda non è semplice come potrebbe sembrare. In primo luogo perché finché resta una sproporzione tra poteri, resta la possibilità che chi ha più potere ne abusi. E questo sia per le violenze fisiche – fino al femminicidio – che per quelle psicologiche e morali, sia dentro le famiglie che fuori, sia nelle case che sui posti di lavoro.

Anzi, come sostiene una ricerca della Fundamental Human Rights Agency sulla violenza contro le donne pubblicata su inGenere.it, l’emancipazione può aumentare il grado di rischio: perché ci sono più occasioni sociali, incontri, interazioni. Ma aumenta anche la possibilità di reagire, denunciare, uscire dal circuito della violenza. In altre parole, l’indipendenza economica delle donne non le mette al riparo dal rischio della violenza di genere, ma permette loro di difendersi. Una constatazione importante, sia per la prevenzione che per l’intervento quando le violenze si sono già verificate.

L’attenzione sulla giornata del 25 novembre, e anche la valanga partita dal caso Weinstein, è un’altra faccia del rapporto tra nuova libertà femminile e il modello maschile del passato. Cosa c’è di nuovo in attrici e aspiranti tali che soggiacciono alla legge del “divano del produttore”? Niente, la novità adesso è che molte hanno parlato, e di quel divano adesso fa arrossire – o terrorizza – uomini che prima se ne vantavano. Al contrario che in tutti gli altri Paesi, qui in Italia questo caso ha scatenato una discussione sulla moralità e sulla buona fede delle donne che hanno denunciato: accusate di non averlo fatto prima, di non aver detto no sacrificando la carriera, di non essere andate dal giudice.

Accusate anche di essere famose, belle e spesso ricche. Insomma, di non avere l’immagine tipica della vittima. Riflettiamoci, in questo 25 novembre. Se un domani una nostra figlia o nipote avrà meno probabilità di essere offesa, molestata e ricattata; se uomini (e anche donne, poche) potenti controlleranno le loro pulsioni ad abusare del potere; se altri uomini che sanno romperanno la complicità tra colleghi; sarà perché in tante adesso stanno parlando.

Certo non è la parola, l’unico vaccino. L’altro, come abbiamo visto, è il lavoro, l’indipendenza economica; e poi ci sono i vaccini dell’istruzione e l’educazione sentimentale. Tanti sono già in produzione, altri da sviluppare. A volte sembra di essere tornati indietro, come in quell’aula di tribunale di Firenze nella quale l’avvocato di un carabiniere accusato di stupro ha chiesto informazioni sulle mutande delle ragazze. La cattiva notizia è che ci sia ancora chi tenta di ribaltare le parti, tra vittima e accusato, in un processo per violenza sessuale.

La buona notizia è che quelle domande non sono state ammesse dal giudice. In fondo, siamo nel 2017.

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