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Ue verso la difesa unica il nodo restano i flussi

Il commento

Ventitre Stati membri dell’Unione Europea intendono avviare una Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa (Pesco), che verrà formalmente decisa dal Consiglio europeo – la riunione dei capi di Stato e di governo dell’Ue – a dicembre, quando probabilmente si uniranno anche Irlanda e Portogallo, lasciando fuori solo Danimarca e Malta. Si tratta di un importante passo in avanti verso una difesa europea – il più rilevante dalla caduta del progetto di Comunità europea di Difesa nel 1954 – che si affianca alle iniziative della Commissione come il Fondo europeo per la Difesa.

Non è l’avvio di un esercito europeo, ma una “cooperazione strutturata e permanente” sul piano militare. Le decisioni rimarranno nelle mani dei governi nazionali degli Stati membri partecipanti che decideranno all’unanimità. Ma sarà possibile avviare progetti specifici di rafforzamento delle capacità di difesa anche tra un gruppo più ristretto di Stati. Ogni Stato predisporrà un piano di implementazione nazionale per raggiungere gli obiettivi stabiliti in termini di capacità, incluso l’aumento della quantità e della qualità della spesa militare, con l’obiettivo di spendere almeno il 2% della spesa della difesa in ricerca ed il 20% di essa in investimenti.

All’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza è affidato il monitoraggio e la verifica del rispetto degli impegni presi dagli Stati membri. Trattandosi di una figura che è anche vicepresidente della Commissione, e che sotto questo secondo cappello è chiamata a gestire il nascente Fondo europeo per la Difesa, avrà probabilmente un ruolo importante di coordinamento e di facilitatore. Tanto più che Federica Mogherini ha contribuito notevolmente all’avvio della Pesco, una possibilità prevista dal Trattato di Lisbona, ma mai utilizzata finora.

Al momento gli Stati membri dell’Unione nel loro insieme hanno la seconda spesa militare mondiale, circa la metà degli Stati Uniti, ma con una capacità assai ridotta a causa della moltiplicazione delle strutture militari in ciascuno Stato membro: uno dei tanti costi della non-Europa. La Cooperazione Pesco è un passo verso una difesa europea intesa come risposta alla situazione geopolitica mondiale. Il focus strategico americano si è spostato verso il Pacifico, a causa dell’ascesa della Cina e ora anche della minaccia della Corea del Nord. Ciò ha permesso la de-stabilizzazione del Medio Oriente e dell’Africa e la ripresa di una politica espansiva da parte della Russia manifestatasi con l’annessione della Crimea, la guerra civile in Ucraina, l’intervento e la creazione di basi militari russe in Siria. Tutto intorno a noi il mondo è in fiamme. Gli americani non sono intervenuti e non interverranno.

La stabilizzazione di quell’area è una responsabilità europea e bisogna iniziare ad attrezzarci. Anche perché altrimenti nessuno può sperare di ridurre o gestire i flussi migratori, rispetto ai quali anche l’Onu ha criticato la linea europea e l’accordo con la Libia.

In prospettiva la Pesco permetterà di rafforzare le strutture esistenti, come l’Eurocorpo – cui anche l’Italia ha recentemente aderito a pieno titolo – e magari di mettere permanentemente a disposizione dell’Ue una serie di risorse militari, come prevedeva la Carta Onu per il Consiglio di sicurezza, ma tale disposizione non è mai stata attuata.

Ma la difesa ha senso al servizio di una politica estera, che a sua volta ha bisogno di capacità militari per essere credibile. Il nodo della stabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa e della gestione dei flussi migratori in modo umano spinge ad una maggiore integrazione europea, anche nel campo della difesa e della politica estera. Sono scelte fondamentali per affrontare le grandi sfide

sul campo, ma di cui il dibattito pubblico e la classe politica italiana sembrano non avere piena consapevolezza mentre si avvicina un appuntamento elettorale fondamentale per l’Italia e per l’Europa.

@RobertoCastaldi

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